Sabato 17 ottobre in Francia sono scese in piazza circa 550 mila persone, secondo il ministero dell’Interno. Lo stesso giorno, a Milano, Torino e Bologna, migliaia di manifestanti hanno sfilato contro il carovita. Due settimane prima, in Spagna, mezzo milione di inquilini aveva marciato per il diritto alla casa. Eppure di quelle giornate ricordiamo soprattutto le vetrine rotte e i lacrimogeni. Non è un caso. La parola dell’anno 2025 dei dizionari Oxford è rage bait, cioè «esca della rabbia». E spiega queste piazze meglio di molte analisi.

Perché si manifesta in Francia, Spagna e Italia
Le ragioni, prima di tutto, sono serie. In Francia la protesta è partita a fine settembre dai licei. Gli studenti denunciano classi da 32 a 36 alunni, edifici fatiscenti, aule a 40 gradi d’estate e docenti che mancano. Nel 2025, infatti, i licei hanno perso quasi il 10% delle ore di lezione. Contestano anche Parcoursup, la piattaforma che decide l’accesso all’università.
In Spagna la scintilla è stata uno sfratto. Il 23 settembre Maricarmen, 87 anni, è stata portata via di casa in barella. Il 3 ottobre mezzo milione di persone ha sfilato in una cinquantina di città, agitando le chiavi di casa. Il sindacato degli inquilini ora parla di sciopero generale.
In Italia, infine, il movimento «Italia in piazza» protesta contro salari bassi, affitti alti e carovita. Nessuno può chiamarli capricci. Perfino i governi lo ammettono. Il ministro francese dell’Istruzione, Édouard Geffray, ha definito legittime alcune richieste. E il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, ha detto di comprendere le ragioni della piazza.
La violenza tradisce le ragioni della piazza
Poi, però, arrivano le immagini. In Francia sono state arrestate circa 2.400 persone, quasi tutte minorenni. A Limoges è andato in gran parte distrutto il municipio ottocentesco. In Italia, secondo i primi dati, 141 agenti sono rimasti feriti, a Torino è stata saccheggiata la libreria Feltrinelli della stazione di Porta Nuova e a Milano i danni superano i 500 mila euro. A Valencia nove poliziotti sono stati feriti.
Anche la forza dello Stato ha lasciato segni. A Saint-Étienne un ragazzo di 17 anni ha perso una mano per una granata della polizia. Amnesty International ha parlato di uso sproporzionato della forza.
La violenza non ha giustificazioni. E danneggia per prima proprio la causa che dice di servire. A Torino una delle organizzatrici ha ammesso che il corteo pacifico è stato preso in mano da gruppi antagonisti. Così nessuno parla più delle aule fatiscenti, ma solo delle molotov. Chi spacca una vetrina, insomma, zittisce migliaia di persone che avevano qualcosa da dire.
Rage bait, la parola dell’anno che spiega le proteste
Qui entra in scena il rage bait. Secondo Oxford University Press, l’editore dei dizionari Oxford, indica i contenuti online costruiti apposta per provocare rabbia e indignazione, così da generare clic e interazioni. Nel 2025 l’uso del termine è triplicato. Casper Grathwohl, presidente di Oxford Languages, ha spiegato che internet ormai punta a dirottare le nostre emozioni.
Il meccanismo è semplice. L’algoritmo premia il municipio in fiamme, non la classe con 36 studenti. Perciò il teppista filma sé stesso per il feed. E chi vuole screditare la protesta rilancia quelle stesse immagini per dipingere tutti come vandali. L’esca, del resto, funziona da entrambe le parti: nutre chi spacca e chi si indigna.
Abbiamo costruito, in pratica, una macchina che paga la rabbia. E poi ci stupiamo che la rabbia arrivi in piazza. Semmai dovrebbe stupire lo stupore.
Da post-truth a rage bait: dieci anni con Orwell
Esattamente dieci anni fa, nel 2016, la parola dell’anno Oxford era post-truth, «post-verità». Indicava un mondo in cui i fatti contano meno delle emozioni e delle convinzioni personali. Era l’anno della Brexit e della prima vittoria di Donald Trump. Dieci anni dopo le emozioni non battono più soltanto i fatti: vengono prodotte in serie.
George Orwell aveva visto entrambe le cose. In 1984 il Partito riscrive il passato ogni giorno, e la verità diventa ciò che il potere decide. È la post-verità prima del nome. Ma c’è anche un rito quotidiano, i «Due minuti d’odio». Davanti a un teleschermo la folla urla contro il nemico, Emmanuel Goldstein. Orwell nota un dettaglio terribile: quella rabbia è astratta e si può spostare da un bersaglio all’altro, come la fiamma di una torcia.
Oggi i due minuti non finiscono mai. Il teleschermo ce l’abbiamo in tasca, e lo teniamo acceso volontariamente. Orwell immaginava un Partito che imponeva l’odio. Noi, invece, l’abbiamo trasformato in un modello di business.
Che cosa aspettarsi dalle prossime manifestazioni
Le prossime settimane diranno molto. In Italia gli occhi sono puntati sulla mobilitazione prevista a Roma per il 30 ottobre. In Spagna gli inquilini preparano lo sciopero generale. In Francia gli studenti approfittano delle vacanze per organizzarsi in assemblee.
Intanto, tra fine novembre e inizio dicembre, Oxford annuncerà la parola dell’anno 2026. Vedremo se sarà ancora una parola sulla rabbia. Oppure, per una volta, sulle ragioni. Dipende anche da noi: da che cosa scegliamo di guardare, condividere e premiare. Le piazze civili hanno bisogno di attenzione. Le vetrine rotte, di solito, se la prendono da sole.