Quirinale, 21 ottobre 2026. Davanti ai nuovi Cavalieri del Lavoro, i grandi imprenditori del Paese, Sergio Mattarella ha scelto di parlare d’altro. O meglio, di altri: dei giovani. Nella stessa sala sedevano anche gli Alfieri del Lavoro, tra i migliori studenti d’Italia appena diplomati. A loro, e soprattutto a chi li guarda, il presidente ha consegnato una frase netta. La società, ha detto, «non può rivolgersi ai giovani con un atteggiamento di indifferenza o, peggio, di meschina sottovalutazione». Mattarella e i giovani: un tema che torna spesso nei suoi discorsi, ma questa volta con un’urgenza nuova.

Il discorso di Mattarella sui giovani: che cosa ha detto
Il presidente non ha parlato di una generazione fragile o svogliata. Ha parlato, invece, di un peso che i ragazzi portano. Ha chiesto di farsi carico «del malessere, del senso di insicurezza per il futuro che sovente i giovani avvertono». E ha nominato anche una paura più sottile: «il timore di asservimento o di emarginazione».
Poi ha toccato una ferita che conosciamo tutti, quella dei ragazzi che partono. «Molti giovani rientrerebbero volentieri», ha detto, «se fosse offerto loro un cammino di lavoro e di vita». Per Mattarella questa è «una grande questione sociale». Perciò, ha aggiunto, deve diventare una priorità per le istituzioni e per tutte le forze della società.
Perché queste parole pesano proprio adesso
Il discorso non cita le piazze. Eppure arriva quattro giorni dopo un sabato difficile. Il 17 ottobre i cortei contro il carovita a Milano, Torino e Bologna sono degenerati in scontri, e molti dei fermati erano minorenni. Nelle stesse settimane, in Francia e in Spagna, migliaia di ragazzi protestavano per scuole cadenti e case introvabili.
Davanti a queste immagini è facile scegliere una scorciatoia. C’è chi vede nei giovani solo un problema di ordine pubblico. E c’è chi li liquida come una generazione viziata. Mattarella ha indicato una terza strada, più faticosa: prendere sul serio il loro malessere. Non significa giustificare la violenza, che resta inaccettabile. Significa, piuttosto, chiedersi da dove nasce la rabbia prima che diventi una vetrina rotta.
Imprese e capitale umano: il patto con i più giovani
Il presidente parlava a una platea di imprenditori. Così ha ricordato loro un limite. «Le imprese generano valore ma non fanno tutto da sole», ha detto. Hanno bisogno di un terreno fertile, e in quel terreno «centrale è il capitale umano». In altre parole: senza giovani preparati e motivati non c’è impresa che tenga.
C’è poi un passaggio che guarda lontano. Mattarella ha criticato i «cosiddetti magnati, insofferenti alle regole della comunità». È un richiamo chiaro: la ricchezza non dà diritto a stare sopra le regole. E il messaggio, in una sala piena di imprenditori, suona come un invito a scegliere da che parte stare.
Infine c’è una coincidenza che sembra scritta apposta. Nella lingua militare l’alfiere è chi porta la bandiera davanti a tutti. Un Paese che chiama «alfieri» i suoi studenti migliori, insomma, sa già dove dovrebbero stare i giovani: in testa, non ai margini.
Alfieri del Lavoro, cinque anni dopo: una riflessione personale
Su questo discorso non riesco a scrivere con distacco. Sono passati quasi cinque anni esatti dal giorno in cui anch’io fui nominato Alfiere del Lavoro della Repubblica Italiana. Ricordo l’emozione, e anche la sensazione di aver ricevuto non un premio, ma un compito.
Per questo le parole di Mattarella mi coinvolgono ancora di più. Un riconoscimento ai giovani vale qualcosa solo se il Paese poi mantiene la promessa che contiene. Una bandiera, del resto, pesa. E chi la porta ha bisogno di sapere che qualcuno, dietro, lo segue.
Il presidente ha chiesto di non guardare i giovani con indifferenza. È una richiesta semplice, quasi ovvia. Ma in tempi che lui stesso ha definito «così tumultuosi e incerti», l’ovvio è diventato la cosa più difficile da fare.
