Perché il prezzo del petrolio fa paura e cosa c’entra con l’inflazione

Oramai si vive appesi alle notizie. Basta una parola di Donald Trump, una tensione in Medio Oriente o una minaccia di blocco dello Stretto di Hormuz per agitare immediatamente i mercati finanziari, e non solo. Il motivo è semplice: quando il petrolio sale troppo rapidamente, il rischio è che torni a correre anche l’inflazione.

Negli ultimi due anni le principali banche centrali, come la Banca Centrale Europea, la Federal Reserve e gli altri istituti monetari internazionali, avevano iniziato a ridurre gradualmente i tassi di interesse dopo il rallentamento dell’inflazione registrato tra il 2024 e il 2025. L’obiettivo resta quello di mantenere l’aumento dei prezzi vicino al 2%, considerato un livello compatibile con una crescita economica stabile.

In sostanza, per le banche centrali un’inflazione vicina al 2% viene considerata un livello equilibrato: non troppo alta da erodere il potere d’acquisto delle famiglie, ma neppure troppo bassa da frenare crescita economica e consumi.

Negli ultimi mesi, però, il tema energia è tornato al centro delle preoccupazioni. Prima la guerra in Ucraina, poi le tensioni che hanno coinvolto Iran e Libano, hanno riportato l’attenzione sul prezzo del greggio e delle materie prime e sulle possibili conseguenze per l’economia mondiale.

Il punto più delicato resta lo Stretto di Hormuz, passaggio strategico attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale. Anche soltanto il timore di rallentamenti o limitazioni del traffico marittimo in quell’area può far impennare il prezzo del greggio.

E quando il greggio vola sui massimi degli ultimi anni, gli automobilisti sono spesso i primi ad accorgersene davanti ai distributori, come già accaduto nelle scorse settimane con i nuovi rincari di benzina e diesel.

Nel giro di qualche mese iniziano infatti a crescere anche i costi dei trasporti, della logistica e della produzione industriale. Le aziende spendono di più per produrre e movimentare le merci e una parte di questi rincari finisce inevitabilmente sui consumatori.

È anche per questo che alcuni prezzi nei supermercati hanno già iniziato lentamente a salire. Non siamo ancora davanti a una nuova impennata generalizzata come quella del 2022, ma diversi prodotti stanno registrando rincari legati ai costi energetici e alle materie prime.

Perché il problema non riguarda soltanto il petrolio. Anche gas, rame, acciaio, grano e altre commodities possono incidere sull’inflazione. Se salgono contemporaneamente energia, trasporti e materie prime agricole, il rischio è che i rincari si allarghino a molti settori dell’economia.

Inflazione temporanea o strutturale?

A guardare con preoccupazione all’aumento dei costi energetici non sono soltanto i consumatori. Anche molte imprese iniziano a muoversi con maggiore prudenza, soprattutto nei settori più esposti come industria, trasporti e agricoltura. Per le aziende, infatti, bollette più alte e materie prime più costose possono tradursi in margini ridotti, investimenti rinviati e maggiore difficoltà nel programmare il lavoro.

Molti analisti hanno richiamato alla memoria gli shock petroliferi del 1973-1974 e del 1979, quando il prezzo del petrolio esplose provocando anni di inflazione elevata e crescita debole in molte economie occidentali.

Oggi però lo scenario è diverso. Le economie moderne sono meno dipendenti dal petrolio rispetto agli anni Settanta e soprattutto le banche centrali hanno strumenti più efficaci per intervenire. La BCE, la Federal Reserve e le altre banche centrali monitorano continuamente l’andamento dei prezzi, dei salari e dei consumi per evitare che l’inflazione torni fuori controllo.

Gli economisti distinguono poi tra inflazione temporanea e inflazione strutturale. Nel primo caso i prezzi aumentano per un periodo limitato, magari a causa di tensioni geopolitiche o shock energetici. Nel secondo caso, invece, l’aumento dei prezzi tende a durare più a lungo e rischia di radicarsi nell’economia.

Ed è proprio questo che oggi cercano di capire i mercati: se ci troviamo davanti a una fiammata temporanea oppure all’inizio di una nuova fase inflazionistica più duratura.

Al momento molti osservatori ritengono che l’impatto del petrolio possa essere ancora legato a un’inflazione temporanea. Se la guerra dovesse terminare rapidamente e il prezzo del greggio continuasse a scendere come sta facendo nelle ultime settimane, allora anche gli effetti sull’economia mondiale potrebbero rivelarsi transitori. In quel caso le banche centrali non sarebbero costrette a tornare ad alzare i tassi di interesse.

Il ruolo delle banche centrali e i rischi per l’economia

Nei giorni scorsi sia la BCE sia la FED hanno deciso di lasciare invariati i tassi, preferendo aspettare ulteriori sviluppi sul fronte energetico e geopolitico. La sensazione è che le banche centrali vogliano evitare decisioni affrettate in una fase ancora molto incerta.

Alcuni operatori finanziari ipotizzano comunque che la BCE possa tornare ad alzare i tassi nel corso del 2026, con un possibile incremento dello 0,50%, seguito eventualmente da un ulteriore rialzo nel 2027 se l’inflazione dovesse tornare a rafforzarsi in modo stabile. Per ora si tratta soltanto di ipotesi dei mercati, ma il tema resta aperto.

Il problema dell’inflazione, infatti, non riguarda soltanto il carrello della spesa. Quando i prezzi aumentano troppo rapidamente, salari e stipendi spesso non riescono a tenere il passo e le famiglie perdono potere d’acquisto. In pratica, con gli stessi soldi si riescono a comprare meno cose.

E quando i tassi salgono per frenare l’inflazione, aumentano anche le rate dei mutui variabili, i prestiti diventano più costosi e rallentano consumi e investimenti.

Inflazione elevata e tassi alti preoccupano non soltanto famiglie e imprese indebitate, ma anche gli Stati con un forte debito pubblico, come ad esempio l’Italia. Se il costo del denaro cresce, infatti, anche finanziare il debito pubblico diventa più oneroso e questo può avere conseguenze sui conti pubblici e sulla crescita economica.

È questo il delicato equilibrio che oggi devono gestire le banche centrali: rallentare l’aumento dei prezzi senza frenare troppo l’economia.

Perché un’inflazione elevata accompagnata da tassi alti rischia, nel lungo periodo, di rallentare la crescita economica e nei casi peggiori persino di portare a una recessione.

Per ora non siamo davanti a uno scenario simile a quello degli anni Settanta. Però il timore dei mercati è che le tensioni geopolitiche possano riaccendere gradualmente la corsa dei prezzi e portare a un forte rallentamento economico, se non a una recessione. Molto dipenderà da quanto a lungo petrolio, energia e materie prime resteranno su livelli elevati. Perché se i rincari dovessero consolidarsi, anche la battaglia contro l’inflazione potrebbe riaprirsi più rapidamente del previsto.

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