Nobel 2026, chi sono Navi Pillay e Anne Carson: la giudice e la poetessa contro l’oblio

Quando è arrivata la notizia, Navi Pillay era a Norimberga, nel palazzo di giustizia dove ottant’anni fa il mondo processò per la prima volta i crimini del nazismo. Anne Carson, il giorno prima, era in Islanda. Sono loro le vincitrici di due Nobel 2026. Alla giurista sudafricana, 85 anni, il Comitato norvegese ha assegnato il premio per la pace. Alla poetessa canadese, 76 anni, l’Accademia svedese ha dato quello per la letteratura. Due donne lontane e diversissime, eppure unite da un filo: entrambe rifiutano che il passato venga cancellato.

L'immagine attuale non ha un testo alternativo. Il nome del file è: Collage-tra-giustizia-e-poesia.png

Chi è Navi Pillay, Nobel per la pace 2026

Pillay nasce a Durban nel 1941, in una famiglia povera di origine tamil. I nonni erano arrivati dall’India a fine Ottocento per lavorare nelle piantagioni di canna da zucchero. Lei cresce sotto l’apartheid, il regime di segregazione razziale che le nega quasi tutto. Eppure nel 1967 diventa la prima donna non bianca ad aprire uno studio legale nella provincia del Natal. Per quasi trent’anni difende oppositori del regime e detenuti politici, tra cui Nelson Mandela, e denuncia torture e abusi. Più tardi sarà anche la prima donna non bianca a sedere nell’Alta corte del Sudafrica.

Il caso Akayesu: lo stupro riconosciuto come genocidio

Nel 1995 arriva il salto internazionale. Pillay entra nel Tribunale penale internazionale per il Ruanda, creato dall’Onu dopo il genocidio del 1994, e lo presiede dal 1999 al 2003. Qui, nel processo all’ex sindaco Jean-Paul Akayesu, i giudici stabiliscono per la prima volta che lo stupro può essere un atto di genocidio. Così la violenza sessuale, da sempre trattata come un effetto collaterale della guerra, entra tra i crimini più gravi. Nello stesso processo un imputato risponde di istigazione al genocidio per la sola propaganda.

Poi la carriera prosegue ai massimi livelli. Pillay è giudice della Corte penale internazionale dal 2003 al 2008 e Alta commissaria Onu per i diritti umani dal 2008 al 2014. Oggi è giudice ad hoc alla Corte internazionale di giustizia nel caso sul genocidio dei Rohingya. Ha guidato anche la Commissione d’inchiesta Onu sui territori palestinesi, che nel settembre 2025 ha concluso che Israele commette genocidio a Gaza. Il governo israeliano respinge l’accusa, e per questo il premio divide.

Perché questo Nobel conta: la Corte penale internazionale sotto attacco

Il Comitato norvegese non ha usato giri di parole. Il presidente, Jørgen Watne Frydnes, ha parlato di un diritto internazionale sotto attacco e di uno scivolamento verso la “politica di potenza”. Il premio, ha spiegato, è un messaggio a chi indebolisce le istituzioni globali. Pillay ha risposto con ironia: se applaudite più forte, ha detto, forse lo dividerò con Trump.

Poche ore dopo, infatti, gli Stati Uniti hanno colpito la Corte penale internazionale (Cpi) dell’Aia. Il segretario di Stato Marco Rubio ha annunciato sanzioni contro l’istituzione intera, non più solo contro singoli giudici. Le aziende americane, dalle banche ai servizi informatici, non potranno più lavorare con la Corte. Washington non aderisce allo Statuto di Roma, il trattato che fonda la Cpi, e non le perdona i mandati d’arresto contro Benjamin Netanyahu. Il giudice italiano Rosario Aitala, vicepresidente della Corte, ha denunciato al Corriere della Sera: «Veniamo trattati con gli stessi metodi riservati ai terroristi».

L’Europa, però, ha reagito. Il premier olandese Rob Jetten, il cui Paese ospita la Corte, ha promesso di difenderla «mattone per mattone», ribaltando lo slogan americano che vuole smantellarla. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha detto che l’Italia si oppone «con fermezza» alle sanzioni. Il 14 ottobre, poi, 58 eurodeputati hanno chiesto a Ursula von der Leyen di attivare il regolamento di blocco, lo strumento che protegge le imprese europee dalle sanzioni straniere. La piena applicazione delle misure americane è rinviata ad aprile. Perciò il Nobel a Pillay non è un premio alla carriera: è un voto di fiducia nella giustizia internazionale, proprio quando la sua sopravvivenza non è più scontata.

Chi è Anne Carson, Nobel per la letteratura 2026

Anne Carson viene da un altro mondo, meno lontano di quanto sembri. Nasce a Toronto nel 1950 e si innamora del greco antico da ragazzina. Lascia e riprende più volte l’università, fino al dottorato in studi classici nel 1981. Poi insegna a McGill, Princeton, Michigan e New York. Di sé racconta pochissimo: è nata in Canada e si guadagna da vivere insegnando greco.

L’Accademia svedese ha premiato il suo «dialogo giocoso con la tradizione classica», capace di creare forme nuove. La definizione è esatta. Autobiografia del rosso (1998) trasforma il mito di Gerione, il mostro ucciso da Eracle, in un romanzo in versi su un ragazzo alato dalla pelle rossa e su un amore ferito. Nox (2010) è invece un libro-oggetto ripiegato a fisarmonica, fatto di lettere e fotografie. Qui il lutto per il fratello si specchia nell’elegia di Catullo per il proprio. Nelle traduzioni di Saffo, poi, Carson lascia visibili lacune e silenzi, perché ciò che manca fa parte del testo. Insomma, mescola poesia, saggio e teatro senza chiedere permesso ai generi letterari.

In Italia la si può leggere in Autobiografia del rosso (La nave di Teseo), Era una nuvola e Come l’acqua (Crocetti). Carson è soltanto la diciannovesima donna premiata con il Nobel per la letteratura dal 1901. È un numero che dice molto, e non solo su di lei.

Due forme di memoria

Una lavora sulle sentenze, l’altra sui frammenti. Ma in fondo fanno la stessa cosa: impediscono che ciò che è stato spezzato venga dimenticato. Pillay ha dato un nome giuridico a violenze che la storia preferiva tacere. Carson ha restituito la voce a versi sopravvissuti a metà. Il 10 dicembre, tra Oslo e Stoccolma, saranno premiate due forme di memoria. E oggi abbiamo bisogno di tutte e due.

Ti sei perso