Brasile al bivio: tra la maschera di Paulista e un ballottaggio che può spaccare il Paese

Il ragazzo sulla pensilina

Domenica 11 ottobre, a San Paolo, un ragazzo a torso nudo con il volto coperto da un passamontagna rosso si arrampica sul tetto di una pensilina vicino alla stazione Trianon-Masp, sopra la folla della “Marcia per la democrazia”. In una mano la bandiera palestinese, nell’altra quelle per Lula. In poche ore le sue foto invadono X, i social gli trovano un soprannome, “gostoso da Paulista”, il bello di Paulista, e attrici e influencer se lo contendono. Si chiama Israel Augusto. Quando gli chiedono da che parte stia, risponde che si sente più vicino alla sinistra, ma che bisognerebbe superare la contrapposizione destra-sinistra, nata in un mondo che non esiste più.

È la scena più leggera di una campagna che leggera non è affatto. Il 25 ottobre il Brasile sceglie il presidente al ballottaggio, e la sfida è tra due nomi che riassumono vent’anni di storia nazionale.

Il padre, il figlio e il presidente

Da una parte Luiz Inácio Lula da Silva, 80 anni, presidente uscente di sinistra, a caccia di un quarto mandato non consecutivo. Dall’altra Flávio Bolsonaro, 45 anni, senatore del Partito liberale, primogenito di Jair Bolsonaro, l’ex presidente che sta scontando 27 anni di carcere per il tentato colpo di Stato dopo la sconfitta del 2022. Al primo turno del 4 ottobre, smentendo i sondaggi, il figlio ha superato Lula: 47 per cento contro 45. Le rilevazioni successive confermano un pareggio tecnico, con Bolsonaro di poco avanti: 49 a 45 per Datafolha, 46 a 44 per Quaest, scarti dentro il margine d’errore. Entrambi sono respinti da circa metà dell’elettorato: più che scegliere chi vuole, molti brasiliani sceglieranno chi teme di meno.

Le piazze e la tensione

La tensione si misura nelle strade. Il 7 ottobre migliaia di studenti hanno sfilato a Rio contro l’estrema destra, con qualche cartello che raffigurava Flávio come Hitler, eccesso che la destra ha subito sfruttato. Il 12 ottobre i sostenitori di Lula hanno riempito sette isolati del lungomare di Copacabana. Domenica scorsa decine di migliaia di persone sono scese in piazza per entrambi i fronti; tra i bolsonaristi molti chiedevano la liberazione di Jair. Il giorno prima, a Belo Horizonte, un automobilista ha travolto un uomo di 67 anni durante un corteo pro Lula: è stato arrestato per tentato omicidio, e sostiene di essere stato bersagliato con bottiglie e lattine. Il primo dibattito televisivo, il 18 ottobre, è stato un susseguirsi di insulti, con Lula che si è allontanato platealmente dall’avversario dicendo di voler stare lontano da un “miliziano”.

L’ombra di Trump

Poi c’è il terzo incomodo, che non è sulla scheda: Donald Trump. Washington ha colpito il Brasile con dazi pesanti in risposta al processo contro Jair Bolsonaro, ha sanzionato il giudice della Corte suprema Alexandre de Moraes, e Lula ha negato il visto a due funzionari americani accusandoli di voler screditare il sistema elettorale. Il presidente brasiliano accusa apertamente Trump di ingerenza a favore di Flávio, presentato come il “candidato di Trump”. La destra replica che il vero problema è una magistratura politicizzata che ha messo in cella il suo leader.

Che cosa c’è in gioco

La partita va oltre il Brasile. In gioco ci sono la politica ambientale e i diritti dei popoli indigeni, con gli attivisti che temono la chiusura del ministero creato da Lula nel 2023; il peso crescente del voto evangelico, che potrebbe portare per la prima volta un presidente evangelico alla guida del più grande Paese cattolico del mondo; e soprattutto la tenuta delle istituzioni. Il Paese ricorda bene l’8 gennaio 2023, quando i sostenitori di Bolsonaro assaltarono i palazzi del potere a Brasilia. Con uno scarto che potrebbe ridursi a poche centinaia di migliaia di voti, la domanda vera non è solo chi vincerà, ma se lo sconfitto lo accetterà.

Oltre le etichette

Il ragazzo mascherato di Paulista, forse senza volerlo, ha detto la cosa più sensata della campagna: che le vecchie etichette non bastano più. Il 25 ottobre, però, il Brasile dovrà scegliere proprio tra due etichette. E capire, la sera stessa, se è ancora capace di contarsi senza dividersi.

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