L’auto lanciata sui pedoni riporta l’Italia davanti all’incubo europeo degli attacchi urbani: tra paura collettiva, sicurezza e rischio di frattura sociale
Nel cuore di Modena, in un sabato pomeriggio di sole, il tempo si è fermato per trenta interminabili secondi. Una Citroën C3 grigia lanciata contro i pedoni, il rumore delle urla, i corpi sbalzati sull’asfalto della via Emilia, il sangue davanti alle vetrine del centro storico. Poi il coltello, il tentativo di colpire altri passanti, la fuga interrotta solo dal coraggio di alcuni cittadini che si sono lanciati contro l’uomo riuscendo a immobilizzarlo prima dell’arrivo delle forze dell’ordine.
Otto feriti, quattro in condizioni gravissime. Una donna mutilata. Una città sotto shock. E una domanda che da ore attraversa l’Italia: siamo davanti a un gesto isolato oppure all’ennesimo segnale di una deriva che l’Europa conosce fin troppo bene?

Gli investigatori mantengono il massimo riserbo. Il 31enne fermato, Salim El Koudri, nato in provincia di Bergamo e residente nel Modenese, avrebbe avuto problemi psichiatrici e non risulterebbe legato, almeno al momento, ad ambienti terroristici organizzati. Ma l’antiterrorismo della DDA di Bologna è già al lavoro. Perché la dinamica dell’attacco richiama inevitabilmente una ferita ancora aperta nella memoria collettiva europea.
L’ombra di Nizza e delle stragi europee
È impossibile non pensare alla Francia. Alla notte del 14 luglio 2016, quando a Nizza un camion di 19 tonnellate piombò sulla folla radunata sulla Promenade des Anglais per celebrare la Festa Nazionale francese. Ottantasei morti, centinaia di feriti. Un attentato che cambiò per sempre la percezione della sicurezza in Europa.
Da allora il veicolo è diventato un’arma simbolo del terrorismo contemporaneo: semplice da reperire, difficile da prevenire, devastante nei risultati. Berlino, Londra, Barcellona, Stoccolma: città trasformate improvvisamente in teatri di guerra urbana.
Anche in Italia il timore è sempre stato presente, ma finora il Paese era riuscito a evitare episodi di quella portata. Per questo quanto accaduto a Modena ha colpito così profondamente l’opinione pubblica. Non solo per la violenza dell’azione, ma perché ha infranto una percezione di relativa immunità.
Il punto più inquietante, spiegano fonti investigative, è proprio il possibile effetto emulativo. Negli ultimi anni l’Europa ha assistito a una trasformazione del fenomeno: non soltanto cellule organizzate, ma individui isolati, fragili psicologicamente, radicalizzati online o attratti dalla spettacolarizzazione della violenza. Persone che agiscono da sole, spesso senza una struttura alle spalle, ma capaci comunque di seminare morte e panico.

La paura che cambia la vita quotidiana
L’Italia si trova oggi davanti a un equilibrio sempre più delicato. Da un lato la necessità di difendere i principi democratici, la convivenza civile, il rifiuto dell’odio etnico e religioso. Dall’altro una popolazione che inizia a sentirsi vulnerabile, esposta, stanca di vivere nell’incertezza.
Ed è qui che il tema diventa più profondo e complesso.
L’Italia è storicamente un Paese di accoglienza, di contaminazioni culturali, di integrazione spesso silenziosa e concreta. Milioni di cittadini stranieri lavorano, studiano, crescono figli e costruiscono il proprio futuro nel tessuto sociale italiano senza creare alcun problema. Ridurre tutto a uno scontro etnico sarebbe non solo sbagliato, ma anche pericoloso.
Tuttavia sarebbe altrettanto ipocrita ignorare il crescente disagio che attraversa parte della popolazione. Perché episodi come quello di Modena non producono soltanto feriti: producono paura collettiva. Cambiano il modo in cui le persone vivono gli spazi pubblici, partecipano agli eventi, passeggiano nei centri storici.
Ogni attacco di questo tipo restringe, lentamente ma concretamente, la libertà di tutti.
Le città europee negli ultimi anni si sono riempite di barriere antisfondamento, pattuglie armate, controlli straordinari, zone rosse. Misure necessarie, certo. Ma anche il segno evidente di una società che si sente sotto assedio.

Il rischio di una società divisa
La sfida più difficile, ora, sarà evitare che il dolore si trasformi in rabbia indiscriminata.
Perché è proprio nei momenti di paura che le società rischiano di spezzarsi. Gli attentati e gli atti eversivi contemporanei hanno spesso un obiettivo preciso: non soltanto colpire delle vittime, ma generare divisione, sospetto reciproco, tensione permanente.
Il rischio è che ogni straniero venga percepito come una minaccia, che ogni fragilità sociale venga letta solo attraverso la lente della sicurezza. Ma sarebbe un errore consegnare alla paura il controllo del dibattito pubblico.
Questo non significa minimizzare. Significa comprendere che sicurezza e integrazione devono procedere insieme. Che servono controlli, prevenzione, monitoraggio delle radicalizzazioni e delle fragilità psichiche, ma anche una riflessione seria sul disagio sociale che attraversa molte periferie europee.
Gli eroi silenziosi di Modena
In mezzo al caos, resta però un’immagine che racconta un’altra Italia. Quella dei passanti che hanno fermato l’aggressore rischiando la propria vita. Persone comuni che, senza sapere se quell’uomo fosse armato o pronto a uccidere ancora, sono intervenute per proteggere sconosciuti.
In un’epoca dominata dalla paura e dall’individualismo, è forse questo il dettaglio più importante.
Perché se è vero che il mondo appare sempre più instabile, violento e imprevedibile, è altrettanto vero che esiste ancora una società civile capace di reagire, di non voltarsi dall’altra parte, di difendere la comunità.
Ed è proprio lì, probabilmente, che si gioca la partita più decisiva dei prossimi anni: riuscire a difendere la sicurezza senza perdere la nostra umanità.