Behind The Screen porta a Venezia il lavoro delle maestranze: sei camerini immersivi raccontano il costume e la nascita dei grandi personaggi.
Prima del red carpet, degli applausi e delle immagini destinate a entrare nella memoria collettiva, il cinema vive in uno spazio appartato. È il luogo delle prove, delle stoffe scelte con rigore, delle cuciture invisibili, dei gesti precisi compiuti davanti a uno specchio. Con Behind The Screen, Vanity Fair Italia torna alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e accende i riflettori sulle professionalità che trasformano un’idea narrativa in una presenza capace di abitare lo schermo.

Giunto alla terza edizione, il progetto compie un nuovo passo nel racconto delle maestranze cinematografiche. Dopo aver esplorato il linguaggio della fotografia e quello della musica, nel 2026 l’attenzione si concentra sul costume, elemento spesso percepito come decorativo, ma in realtà decisivo nella definizione psicologica, sociale e culturale di un personaggio.
Un abito, nel cinema, non veste semplicemente un corpo. Rivela un’epoca, suggerisce una condizione economica, anticipa un conflitto interiore. Può raccontare l’ambizione, la fragilità, l’eleganza o la solitudine prima ancora che l’attore pronunci una battuta. È una scrittura parallela alla sceneggiatura, affidata a professionisti che lavorano lontano dalla ribalta ma contribuiscono in modo determinante alla credibilità del racconto.
Behind The Screen celebra l’arte del costume
Per una sera, il Mercato del Pesce di Rialto si trasforma in un grande spazio immersivo. Sei camerini, concepiti come altrettanti ambienti narrativi, conducono il pubblico dentro il processo creativo che precede la comparsa di un personaggio sullo schermo.
Il progetto, curato da Francesco Mari, prende le mosse da una domanda essenziale: dove termina la persona e dove comincia il personaggio? La risposta viene cercata proprio nel camerino, luogo di passaggio nel quale attori, costumisti, sarti, truccatori e parrucchieri lavorano alla costruzione della medesima identità. Qui il volto privato lascia progressivamente spazio alla figura cinematografica, mentre ogni tessuto, colore e accessorio acquista una funzione espressiva.
Gli ambienti sono ispirati a sei interpreti che hanno segnato la storia del cinema italiano: Sophia Loren in Ieri, oggi, domani, Marcello Mastroianni in 8½, Monica Vitti ne Il deserto rosso, Roberto Benigni in Pinocchio, Monica Bellucci in Malèna e Toni Servillo ne La grande bellezza.
La selezione attraversa epoche, poetiche e modi differenti di intendere la recitazione. Da Loren, icona di una femminilità popolare e internazionale, a Mastroianni, interprete delle inquietudini dell’uomo moderno; dalla presenza enigmatica di Vitti alla dimensione fiabesca di Benigni, fino alla sensualità cinematografica di Bellucci e all’eleganza disincantata di Servillo.
I maestri che hanno vestito il cinema italiano
Dietro quei personaggi emergono alcuni tra i nomi più importanti della storia del costume. Gli abiti di Sophia Loren in Ieri, oggi, domani portano la firma di Piero Tosi, mentre quelli di Marcello Mastroianni in 8½ furono ideati da Piero Gherardi. Gitt Magrini lavorò sull’immagine di Monica Vitti ne Il deserto rosso; Danilo Donati costruì l’universo visivo del Pinocchio di Roberto Benigni; Maurizio Millenotti firmò i costumi di Malèna e Daniela Ciancio quelli de La grande bellezza.
Accostare interpreti e costumisti restituisce al pubblico la dimensione corale dell’opera cinematografica. Un personaggio memorabile non nasce soltanto dal talento di chi lo interpreta o dalla visione del regista. È il risultato di una rete di competenze che osserva il corpo dell’attore, studia la sceneggiatura, ricostruisce un periodo storico e traduce emozioni e contraddizioni in una forma visibile.
Nel camerino si incontrano così l’intuizione artistica e la precisione artigianale. Una giacca può modificare la postura; una scarpa può determinare il passo; un colore può separare una figura dall’ambiente oppure imprigionarla al suo interno. Il costume non accompagna semplicemente la recitazione: la orienta, le offre un ritmo, talvolta suggerisce all’interprete una maniera nuova di occupare lo spazio.
Rialto diventa un luogo di trasformazione
La scelta del Mercato del Pesce di Rialto conferisce al progetto una particolare forza simbolica. Uno spazio profondamente legato alla vita quotidiana di Venezia viene temporaneamente trasformato in un laboratorio della finzione, senza perdere il rapporto con l’identità materiale della città.
Venezia diventa così qualcosa di più di una cornice. La sua storia di commerci, manifatture e contaminazioni culturali dialoga con il lavoro delle maestranze, fondato sulla conoscenza dei materiali e sulla capacità di trasformarli. Tra le architetture del mercato, il visitatore non incontra soltanto la memoria di sei grandi personaggi, ma il lungo processo necessario per renderli credibili.
L’iniziativa è sostenuta da Campari e comprende progetti speciali realizzati con Cantine Maschio, Grisbì e Uber. La presenza dei partner si inserisce in un programma che affianca all’esperienza immersiva momenti di incontro e racconto, mantenendo al centro il valore umano e professionale di chi lavora dietro le quinte.
Un nuovo premio per i giovani registi
Accanto a Behind The Screen, Vanity Fair Italia inaugura una collaborazione con Peugeot, sponsor tecnico della Mostra, per sostenere la nuova generazione di registi. L’Award nasce con l’obiettivo di offrire visibilità ai nuovi autori e di creare un collegamento concreto tra formazione, creatività e industria cinematografica.
La proclamazione del vincitore è prevista sulla Terrazza di San Giorgio dell’Hotel Cipriani, a Belmond Hotel. Il riconoscimento amplia il significato della presenza di Vanity Fair in Laguna: da una parte la valorizzazione delle competenze che hanno costruito la storia del cinema, dall’altra l’attenzione verso coloro che saranno chiamati a immaginarne il futuro.
Il programma comprende inoltre un cocktail dinatoire realizzato con Junkers Aircraft. Un hangar aeroportuale viene trasformato per l’occasione in uno scenario immersivo dedicato al viaggio e all’avventura, proseguendo quel dialogo tra luoghi reali e dimensione narrativa che attraversa l’intero progetto veneziano.
Alicia Vikander, un volto tra forza e vulnerabilità
Il racconto di Vanity Fair alla Mostra trova il proprio volto nella nuova copertina del settimanale, dedicata ad Alicia Vikander. L’attrice è protagonista di The Echo Chamber di Andrea Pallaoro, film tratto dall’ultima sceneggiatura di Bernardo Bertolucci e presentato in concorso a Venezia.
Vikander interpreta Anne, una donna empatica e riflessiva segnata da profonde battaglie interiori. Il personaggio consente all’attrice di confrontarsi con fragilità, desideri e contraddizioni che attraversano le relazioni umane. Nell’intervista, la riflessione sul cinema si intreccia con quella sulla conoscenza di sé e sulla possibilità di trovare una forma di pace interiore.
La scelta della copertina appare coerente con lo spirito complessivo del progetto. Anche in questo caso, infatti, l’attenzione non si ferma alla notorietà dell’interprete, ma prova a raggiungere ciò che accade sotto la superficie: il lavoro necessario per avvicinarsi a una figura imperfetta, vulnerabile e autenticamente umana.
Il cinema come opera collettiva
Con Behind The Screen, Vanity Fair compie un’operazione culturale prima ancora che spettacolare: restituisce visibilità a chi costruisce il cinema senza comparire nell’inquadratura. In una manifestazione naturalmente dominata dalle première e dai protagonisti internazionali, il progetto invita a volgere lo sguardo oltre lo schermo.
Raccontare le maestranze significa difendere un patrimonio di conoscenze nel quale convivono creatività, tecnica e memoria. Significa riconoscere che dietro ogni personaggio rimasto nell’immaginario esistono mani capaci di tagliare un tessuto, interpretare un’epoca e dare forma visibile a un’emozione.
Venezia celebra così non soltanto le immagini finite, ma il paziente lavoro che le precede. Ed è forse questa la lezione più significativa di Behind The Screen: il cinema continua a emozionare perché, prima di diventare luce sullo schermo, è un’opera profondamente umana e collettiva.