Gloria Steinem è morta a 92 anni nella sua casa di New York. Giornalista e attivista, trasformò il femminismo in una battaglia globale.
Gloria Steinem è morta a 92 anni nella sua casa di New York, circondata dall’affetto delle persone che le erano più vicine. Con lei scompare una delle personalità più influenti del movimento femminista internazionale: giornalista, scrittrice e attivista capace di portare nel dibattito pubblico temi che per lungo tempo erano rimasti confinati ai margini della società e dell’informazione.

La notizia della scomparsa, avvenuta il 2 settembre, è stata confermata dalla famiglia e dalla fondazione che porta il suo nome. Nel messaggio pubblicato sui canali ufficiali si ricorda come Steinem abbia continuato a lavorare per l’uguaglianza sino alla fine, conservando quella capacità di ascoltare che aveva trasformato in uno dei tratti distintivi della propria azione pubblica.
Non fu soltanto il volto più riconoscibile della seconda ondata femminista americana. Fu soprattutto una professionista della parola che comprese quanto il giornalismo potesse diventare strumento di emancipazione, denuncia e cambiamento culturale. Attraverso le sue inchieste, le conferenze e l’impegno politico contribuì a portare nel linguaggio comune questioni come la parità salariale, la violenza domestica, i diritti riproduttivi e la rappresentazione delle donne nei mezzi di comunicazione.
Il cordoglio di ISFOA per Gloria Steinem
Il rettore di ISFOA, Libero e Privato Ateneo Telematico di Diritto Elvetico, unitamente a tutti i componenti del Senato Accademico, ha espresso il proprio cordoglio e la più sincera partecipazione alla famiglia per la scomparsa di Gloria Steinem.
Un messaggio istituzionale che riconosce il valore di una figura la cui influenza ha superato i confini degli Stati Uniti, raggiungendo generazioni, culture e sensibilità differenti. La sua esperienza dimostra come la difesa dei diritti non appartenga esclusivamente alla politica, ma coinvolga anche l’educazione, l’università, l’informazione e la responsabilità civile delle istituzioni.
Steinem aveva trasformato la propria biografia in un terreno di osservazione sociale. La sua non fu mai soltanto una rivendicazione individuale: al centro del suo pensiero vi era la convinzione che nessuna democrazia potesse considerarsi compiuta finché una parte della popolazione fosse rimasta priva delle medesime possibilità, della stessa autonomia e di un’eguale rappresentanza.
Dall’Ohio al giornalismo d’inchiesta
Nata il 25 marzo 1934 a Toledo, in Ohio, Gloria Marie Steinem trascorse un’infanzia segnata dai continui spostamenti della famiglia e, dopo la separazione dei genitori, dalla necessità di prendersi cura della madre. Quell’esperienza le mostrò precocemente le fragilità economiche e sociali alle quali molte donne erano esposte.
Dopo gli studi allo Smith College, conclusi nel 1956, ottenne una borsa che le permise di trascorrere due anni in India. Il contatto con forme di organizzazione comunitaria e con metodi di mobilitazione non violenta avrebbe lasciato una traccia profonda nella sua concezione dell’attivismo.
Rientrata negli Stati Uniti, iniziò a lavorare come giornalista freelance in un ambiente editoriale ancora dominato dagli uomini. Alle collaboratrici venivano affidati soprattutto argomenti considerati “femminili”, mentre la politica, l’economia e l’inchiesta restavano territori difficili da raggiungere.
Nel 1962 pubblicò su Esquire un articolo dedicato agli effetti della contraccezione sulla vita delle giovani donne, mettendo in evidenza il conflitto imposto tra carriera e famiglia. Un anno dopo affrontò l’esperienza destinata a renderla famosa: lavorò sotto copertura per undici giorni come “coniglietta” nel Playboy Club di New York.
L’inchiesta, pubblicata da Show con il titolo A Bunny’s Tale, documentò le condizioni di lavoro, le pressioni sull’aspetto fisico, le retribuzioni e il trattamento riservato alle dipendenti. Il reportage ottenne grande risonanza, ma produsse anche un effetto paradossale: per un certo periodo Steinem venne identificata più con il ruolo interpretato che con il significato della denuncia.
La nascita di una voce femminista
Nel 1968 Steinem contribuì alla fondazione del New York Magazine, dove lavorò come redattrice e autrice di articoli politici. L’anno successivo partecipò a un incontro pubblico per la legalizzazione dell’aborto nello Stato di New York. In quell’occasione raccontò di aver interrotto una gravidanza a Londra quando aveva 22 anni.
Fu un passaggio decisivo. Da osservatrice del cambiamento divenne parte attiva del movimento, portando nelle piazze e nelle redazioni una prospettiva capace di collegare l’esperienza personale alle strutture economiche, culturali e legislative.
Nel 1971 partecipò alla nascita di Ms., inizialmente pubblicata come inserto del New York Magazine e divenuta l’anno seguente una rivista autonoma. La testata affrontò argomenti raramente presenti nei periodici destinati al pubblico femminile: discriminazioni professionali, aborto, violenza, stereotipi, potere politico e indipendenza economica.
La sua scrittura seppe alternare analisi e provocazione. Nel celebre saggio If Men Could Menstruate rovesciò ironicamente i ruoli sociali per mostrare come persino un fatto biologico potesse diventare fonte di privilegio o discriminazione. In altri interventi collegò il sessismo al razzismo, sostenendo che entrambi utilizzassero le differenze visibili per costruire gerarchie e giustificare rapporti di potere.
Diritti civili e impegno internazionale
L’attività di Gloria Steinem non si limitò alle rivendicazioni delle donne americane. Si oppose alla guerra del Vietnam e a quella del Golfo, sostenne la lotta contro l’apartheid, i diritti delle persone LGBTQ+, la libertà riproduttiva e le campagne contro le mutilazioni genitali femminili e la violenza domestica.
Nel dicembre 1984 venne arrestata davanti all’ambasciata sudafricana a Washington durante una manifestazione pacifica organizzata contro il regime dell’apartheid. L’episodio confermò una caratteristica costante del suo percorso: la volontà di non separare la riflessione teorica dalla presenza concreta nei luoghi della protesta.
Fu inoltre tra le fondatrici del National Women’s Political Caucus, della Ms. Foundation for Women e, molti anni dopo, del Women’s Media Center. Nel 2013 il presidente Barack Obama le conferì la Presidential Medal of Freedom, la più alta onorificenza civile degli Stati Uniti.
Le controversie di una figura pubblica
La sua centralità non fu esente da critiche. Alcune esponenti del movimento femminista contestarono il modo in cui i media l’avevano trasformata in portavoce privilegiata, favorendola perché giovane, bianca e conforme ai canoni estetici dell’epoca.
Discussioni ancora più accese furono provocate dall’articolo pubblicato nel 1998 sul New York Times, nel quale Steinem difese Bill Clinton di fronte alle accuse di molestie sessuali. Nel 2017, in un contesto profondamente mutato, dichiarò che non avrebbe scritto lo stesso testo, riconoscendo la necessità di ascoltare e credere alle donne.
Queste contraddizioni non possono essere cancellate da una celebrazione priva di sfumature. Appartengono alla storia di una donna che attraversò oltre mezzo secolo di trasformazioni sociali, confrontandosi anche con l’evoluzione del linguaggio, delle sensibilità e delle identità.
L’eredità di Gloria Steinem
Gloria Steinem lascia articoli, libri, organizzazioni e battaglie che hanno modificato la percezione pubblica dei diritti delle donne. Ma la sua eredità più profonda risiede forse nel metodo: ascoltare prima di parlare, collegare le esperienze individuali alle ingiustizie collettive, trasformare la visibilità personale in uno spazio per le voci meno rappresentate.
La sua morte chiude una vicenda umana e intellettuale che ha accompagnato alcuni dei più importanti mutamenti sociali del Novecento e del nuovo millennio. Non conclude, tuttavia, le questioni alle quali dedicò la vita. Disuguaglianze, violenze e discriminazioni continuano a interrogare le democrazie contemporanee.
Ricordare Gloria Steinem significa dunque misurare la distanza percorsa, ma anche quella ancora da attraversare. Perché i diritti non sono un’eredità immobile: restano vivi soltanto quando ogni generazione sceglie di comprenderli, difenderli e renderli realmente accessibili a tutti.