Ogni anno, tra la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno, torna una domanda che accompagna da decenni gli investitori: i mercati azionari stanno entrando nel periodo statisticamente più difficile dell’anno?
La domanda non nasce da una semplice superstizione di Borsa. Analizzando i dati storici del mercato azionario americano dal 1898 a oggi emerge infatti una particolarità che nel tempo si è ripetuta con una certa frequenza: settembre e ottobre sono i mesi che più spesso hanno coinciso con fasi di debolezza dei listini e con improvvisi aumenti della volatilità.

Naturalmente ogni anno è diverso dall’altro e nessuna statistica è in grado di prevedere cosa accadrà nelle prossime settimane. Tuttavia oltre un secolo di dati suggerisce che proprio in questo periodo dell’anno gli investitori dovrebbero prestare maggiore attenzione.
Perché settembre e ottobre sono mesi statisticamente più deboli?
Le ragioni possono essere diverse. Dopo la pausa estiva i grandi operatori tornano a pieno regime e procedono a ribilanciare i portafogli. In molti casi vengono chiuse posizioni profittevoli, ridotte esposizioni considerate troppo rischiose o riviste le strategie per l’ultima parte dell’anno. Tutto ciò tende ad aumentare i volumi e, in alcune circostanze, anche la pressione delle vendite.
Esiste poi una componente psicologica che non va sottovalutata. Quando il calendario si avvicina a settembre e ottobre, gli investitori hanno ben presenti alcuni dei peggiori episodi della storia finanziaria. Questo porta spesso il mercato a reagire con maggiore sensibilità alle notizie negative rispetto ad altri periodi dell’anno.
Non è un caso che proprio ottobre sia associato ad alcuni dei crolli più famosi di Wall Street. Il riferimento più immediato è al 19 ottobre 1987, il cosiddetto Black Monday. In quella seduta il Dow Jones perse il 22,6%, una flessione che ancora oggi rappresenta il peggior ribasso giornaliero mai registrato dall’indice americano.
Il panico si diffuse rapidamente sui mercati internazionali e le vendite automatiche generate dai sistemi di trading dell’epoca contribuirono ad amplificare il movimento ribassista. Per molti investitori fu una giornata che sembrò segnare la fine di ogni prospettiva positiva.
La storia mostra che i ribassi sono spesso diventati opportunità
Eppure la storia racconta anche un’altra realtà, spesso dimenticata quando si parla di stagionalità.
Se è vero che settembre e ottobre hanno mostrato nel tempo una maggiore probabilità di ribasso, è altrettanto vero che nella maggior parte dei casi quelle discese sono state riassorbite nel corso dei dodici mesi successivi. Le correzioni che hanno spaventato gli investitori si sono spesso trasformate in semplici parentesi all’interno di trend rialzisti di più lungo periodo.

Anzi, osservando i grandi ribassi del passato emerge un aspetto interessante. Molti dei migliori punti di ingresso degli ultimi cento anni si sono formati proprio durante fasi caratterizzate da forte pessimismo e da diffuse vendite sui mercati.
Chi ha liquidato le proprie posizioni nei momenti di maggiore paura raramente ha ottenuto benefici duraturi. Al contrario, gli investitori che hanno mantenuto una visione di lungo periodo e, soprattutto, coloro che hanno approfittato dei ribassi per accumulare azioni a prezzi più convenienti, hanno spesso realizzato rendimenti molto interessanti negli anni successivi.
Per questo motivo la stagionalità dovrebbe essere interpretata più come uno strumento di consapevolezza che come un sistema di previsione. Sapere che settembre e ottobre sono stati storicamente i mesi più fragili può aiutare a prepararsi a eventuali fasi di volatilità. Non significa però che il mercato sia destinato a scendere, né tantomeno che un ribasso debba essere considerato necessariamente una cattiva notizia.
La storia di Wall Street insegna infatti che le correzioni fanno parte della normale vita dei mercati. E spesso, proprio quando il clima diventa più pessimista e prevale la paura, iniziano a crearsi le condizioni per i rendimenti migliori dei mesi successivi.