Roma, 22 ottobre 1978. In piazza San Pietro un Papa venuto dalla Polonia pronuncia la frase che segnerà il suo tempo: «Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!». Subito dopo chiede di aprire anche «i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici». Quarantotto anni dopo, ogni 22 ottobre la Chiesa celebra la memoria di san Giovanni Paolo II proprio nel giorno di quella messa. Ma Karol Wojtyła non va ricordato solo come un santo. Fu anche un filosofo del diritto, un legislatore e un protagonista della politica mondiale. Questo è il suo necrologio intellettuale, quasi cinquant’anni dopo.

Da Cracovia a Roma: il filosofo della persona
Prima di diventare Papa, Wojtyła era un professore. Nato a Wadowice nel 1920, studiò filosofia e teologia mentre la Polonia viveva sotto il nazismo e poi sotto il comunismo. Insegnò etica all’Università cattolica di Lublino. E nel 1969 pubblicò Persona e atto, il libro che riassume il suo pensiero.
Il punto di partenza è semplice, ma radicale. La persona non è un ingranaggio dello Stato, né una merce del mercato. È un soggetto libero, che si realizza attraverso le proprie scelte. Wojtyła unisce così la tradizione di san Tommaso con la fenomenologia, la corrente filosofica che studia l’esperienza vissuta. Il risultato si chiama personalismo.
Da arcivescovo di Cracovia partecipò al Concilio Vaticano II. Contribuì ai lavori su Gaudium et spes, sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, e su Dignitatis humanae, la dichiarazione sulla libertà religiosa. Quella libertà, per lui, non era una concessione dello Stato. Era un diritto che precede lo Stato.
Questa idea spiega tutto il resto del pontificato. Infatti, se la dignità della persona viene prima del potere, allora il diritto non crea i diritti fondamentali: li riconosce. E nessuna maggioranza può cancellarli.
Giovanni Paolo II e il diritto: il Codice del 1983 e il Concordato
Il segno giuridico più concreto del pontificato porta una data: 25 gennaio 1983. Quel giorno Giovanni Paolo II promulgò il nuovo Codice di diritto canonico, la legge fondamentale della Chiesa latina. Nella costituzione apostolica Sacrae disciplinae leges lo presentò come «un grande sforzo di tradurre in linguaggio canonistico» la dottrina del Concilio. Nel 1990 seguì il Codice per le Chiese orientali.
Il Papa, però, fissò anche un limite al diritto. Il Codice, scrisse, non vuole «sostituire la fede, la grazia, i carismi e soprattutto la carità». È una lezione che vale oltre la Chiesa: le norme servono la vita della comunità, ma non la esauriscono.
Poi ci fu l’Italia. Il 18 febbraio 1984 il cardinale Agostino Casaroli e il presidente del Consiglio Bettino Craxi firmarono a Villa Madama la revisione del Concordato del 1929. Con quell’accordo il cattolicesimo smise di essere religione di Stato. Nacque l’otto per mille e l’ora di religione divenne facoltativa.
Fu una svolta notevole. Un Papa considerato conservatore accettò la fine di un privilegio secolare. Al suo posto scelse un modello di collaborazione tra due realtà indipendenti. È la stessa formula che userà nel 2002 davanti al Parlamento italiano: un rapporto fondato sul «rispetto della reciproca indipendenza e autonomia».
Diritti umani, democrazia e verità: il pensiero politico di Wojtyła
Il 2 ottobre 1979, davanti all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, Giovanni Paolo II definì la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo «una pietra miliare» nel cammino dell’umanità. La pace, spiegò, passa dal rispetto dei diritti inalienabili di ogni persona. Per un Papa era una scelta forte: assumere il linguaggio dei diritti, nato anche fuori dalla Chiesa, e dargli un fondamento nella dignità umana.
Le encicliche sociali svilupparono questa idea. Laborem exercens (1981) affermò il primato del lavoro sul capitale. Sollicitudo rei socialis (1987) parlò di «strutture di peccato», cioè di ingiustizie diventate sistema. Centesimus annus (1991), scritta dopo la caduta del Muro, rifiutò il comunismo, ma mise in guardia anche il capitalismo vincitore.
La frase più citata viene proprio da lì. «Una democrazia senza valori si converte facilmente in un totalitarismo aperto oppure subdolo, come dimostra la storia». Il Papa la ripeté nel 2002 a Montecitorio, primo pontefice a parlare al Parlamento italiano.
Qui sta il cuore del suo pensiero giuridico-politico. La democrazia, per Wojtyła, non è solo una procedura per contare i voti. Ha bisogno di una verità sulla persona che nessun voto può modificare. Su questa base Evangelium vitae (1995) sostenne che una legge contraria al diritto alla vita perde il suo valore morale. È una tesi che fa discutere ancora oggi, perché tocca il confine tra legge positiva, quella scritta dagli Stati, e legge morale.
Giovanni Paolo II e la guerra fredda: da Jaruzelski a Gorbaciov
Il pensiero di Wojtyła non restò sulla carta. Il 2 giugno 1979, a Varsavia, davanti a una folla immensa, invocò lo Spirito perché rinnovasse «il volto della terra. Di questa terra». Tutti capirono che parlava della Polonia comunista. Un anno dopo nasceva Solidarność, il sindacato libero guidato da Lech Wałęsa.
Il regime reagì. Il 13 dicembre 1981 il generale Wojciech Jaruzelski proclamò la legge marziale. Il Papa però non ruppe con lui. Lo incontrò più volte, a Varsavia e in Vaticano, e trattò senza mai cedere sui diritti dei lavoratori e dei credenti. Era la diplomazia della pazienza: fermezza sui principi, dialogo con le persone.
Intanto a Washington governava Ronald Reagan. I due si incontrarono in Vaticano nel giugno 1982, a un anno dagli attentati che avevano subito entrambi. Nel 1984 Stati Uniti e Santa Sede stabilirono piene relazioni diplomatiche. Molti storici parlano di una convergenza contro il comunismo sovietico. Ma Wojtyła non fu mai un uomo di parte: criticò anche il consumismo occidentale e, più tardi, le guerre americane in Iraq, nel 1991 e nel 2003.
Il cerchio si chiuse il 1° dicembre 1989. Quel giorno Michail Gorbaciov entrò in Vaticano, primo leader sovietico a farlo, e annunciò una legge sulla libertà di coscienza. Il Muro era caduto da tre settimane. Nel 1998 il Papa volò perfino a Cuba, ospite di Fidel Castro. Gli storici discutono ancora quanto abbia pesato nella fine della guerra fredda. Nessuno nega, però, che abbia dato ai popoli dell’Est qualcosa che i regimi non potevano confiscare: la coscienza di essere liberi.
Contro i muri: ebrei, religioni e perdono
Giovanni Paolo II abbatté anche muri meno visibili. Il 13 aprile 1986 entrò nella sinagoga di Roma e chiamò gli ebrei «fratelli maggiori». Nell’ottobre dello stesso anno riunì ad Assisi i leader delle religioni del mondo per pregare per la pace. Nel 1993 la Santa Sede firmò l’accordo che aprì le relazioni diplomatiche con Israele. E nel 2000, durante il Giubileo, chiese perdono per le colpe dei cristiani nella storia.
Sul perdono, del resto, il Papa aveva dato l’esempio in prima persona. Il 13 maggio 1981 Ali Ağca gli sparò in piazza San Pietro. Wojtyła sopravvisse e poi andò a trovarlo in carcere. Per lui la forza del diritto doveva sempre prevalere sul diritto della forza, anche nei rapporti personali.
I santi di Wojtyła: Padre Pio, Madre Teresa, Edith Stein
Nessun Papa ha proclamato tanti santi e beati quanto Giovanni Paolo II: quasi cinquecento santi e oltre milletrecento beati. Non era una mania da collezionista. Per lui i santi erano la prova che il Vangelo si può vivere in ogni epoca, anche nella più buia.
Con alcuni ebbe un legame personale. Da giovane sacerdote si recò a San Giovanni Rotondo da Padre Pio. Nel novembre 1962, da vescovo, gli scrisse per chiedere preghiere per Wanda Półtawska, un’amica medico sopravvissuta al lager di Ravensbrück e malata di cancro. Pochi giorni dopo i medici non trovarono più nulla da operare. Da Papa, Wojtyła beatificò Padre Pio nel 1999 e lo canonizzò nel 2002.
Con Madre Teresa di Calcutta il legame fu un’amicizia. Il 3 febbraio 1986 il Papa visitò con lei la casa dei moribondi di Calcutta, benedisse i malati uno per uno e servì loro la cena. La beatificò il 19 ottobre 2003, appena sei anni dopo la morte.
Poi ci sono i santi della sua storia. Canonizzò Massimiliano Kolbe, il frate morto ad Auschwitz al posto di un padre di famiglia, e Faustina Kowalska, la mistica polacca della Divina Misericordia. Soprattutto canonizzò Edith Stein, filosofa ebrea convertita e uccisa ad Auschwitz. Nel 1999 la proclamò compatrona d’Europa. Fu un gesto dal valore anche politico: il volto spirituale dell’Europa era una donna ebrea e cristiana, vittima dei totalitarismi.

Le radici cristiane dell’Europa e l’eredità di Giovanni Paolo II oggi
L’ultima grande battaglia giuridica di Wojtyła riguardò proprio l’Europa. Mentre si scriveva il Trattato costituzionale europeo, il Papa chiese di riconoscere le «radici cristiane» del continente. In un messaggio del giugno 2002 invitò l’Europa a non ignorare la sua eredità religiosa. E a Montecitorio parlò di quell’eredità come del «cemento» che ha reso grande l’Europa.
La richiesta non passò. Il preambolo del Trattato firmato a Roma nel 2004, poi ripreso dal Trattato di Lisbona, parla genericamente delle «eredità culturali, religiose e umanistiche dell’Europa». Il dibattito, però, non si è mai chiuso. Anzi, oggi è tornato al centro della politica.
E qui la lezione di Wojtyła diventa preziosa. Le sue radici cristiane non erano un muro identitario contro gli altri. Erano il fondamento di una dignità universale, valida per il polacco come per il migrante. Lo dice la scelta di Edith Stein: una radice giudaico-cristiana, non una bandiera di chiusura. Per Giovanni Paolo II la fede apriva i confini, non li sbarrava.
Ventuno anni dopo la sua morte, il 2 aprile 2005, resta allora un’eredità precisa. Il diritto deve servire la persona, non il potere. La democrazia ha bisogno di valori, ma non di un’unica identità imposta. E la libertà religiosa misura la libertà di tutti. Quarantotto anni fa chiese al mondo di non avere paura. Oggi quell’invito suona anche come una domanda ai giuristi: siamo ancora capaci di mettere la persona prima dello Stato?