Città del Vaticano, 23 ottobre 2026. Nella Sala Clementina Papa Leone XIV riceve circa quattrocento studiosi arrivati da tutto il mondo. Partecipano al congresso internazionale per i 150 anni della Facoltà di Diritto canonico della Pontificia Università Gregoriana. Il Papa cita sant’Agostino: «Ordinata dilectio est iustitia», la giustizia è l’amore ordinato. In questa formula c’è il senso di una disciplina antica e spesso dimenticata. Il diritto canonico, cioè il diritto della Chiesa cattolica, ha quasi mille anni di storia scientifica alle spalle. Eppure ha ancora molto da insegnare. Anche a chi non crede.

Leone XIV alla Gregoriana: «la Chiesa è una comunione universale»
La Facoltà nacque il 16 agosto 1876, per volontà di Pio IX. Raccoglieva però una tradizione più antica, quella del Collegio Romano e della Compagnia di Gesù. Il congresso, ospitato dall’università dal 20 al 24 ottobre, ne celebra il secolo e mezzo di vita.
Nel suo discorso ai partecipanti Leone XIV ha indicato la rotta. Lo studio delle norme, ha detto, deve formare un senso ecclesiale della giustizia. E questo è possibile solo guardando al mistero della Chiesa descritto dal Concilio Vaticano II. Il Papa ha ripreso il motto ignaziano «Non multa, sed multum»: non conoscere molte cose, ma conoscerle a fondo.
Poi ha citato Giovanni Paolo II e la costituzione Sacrae disciplinae leges del 1983. È impossibile, ricordava Wojtyła, tradurre perfettamente in linguaggio canonistico l’immagine della Chiesa. Il diritto, dunque, serve un mistero più grande di sé. E per Leone XIV il bene della persona e quello della comunità «non possono esistere indipendentemente l’uno dall’altro».
Sono parole che pesano doppio. Robert Francis Prevost, infatti, è un Papa canonista. Ha conseguito la licenza in diritto canonico all’Angelicum nel 1984 e ha difeso l’anno dopo una tesi di dottorato sul ruolo del priore locale nell’Ordine di Sant’Agostino. In Perù ha insegnato diritto canonico ed è stato vicario giudiziale, cioè responsabile dei tribunali ecclesiastici della diocesi.
Che cos’è il diritto canonico, in poche parole
Il diritto canonico è l’insieme delle norme con cui la Chiesa cattolica regola la propria vita. Il nome viene dal greco kanón, che significa «regola» o «canna per misurare». Disciplina i sacramenti, il matrimonio, l’organizzazione delle diocesi, i beni ecclesiastici, i processi e le sanzioni.
Oggi è raccolto in due codici. Il Codice del 1983 vale per la Chiesa latina e conta 1.752 canoni, cioè articoli. Il Codice dei canoni delle Chiese orientali, del 1990, vale per le Chiese cattoliche di rito orientale. Accanto ai codici ci sono leggi particolari, documenti dei Papi e sentenze dei tribunali, come la Rota Romana.
Il tratto più originale sta nell’ultimo canone del Codice latino. Il canone 1752 chiude tutto il sistema ricordando che la salus animarum, la salvezza delle anime, deve essere sempre la legge suprema della Chiesa. Nessun codice civile finisce così. È come se il legislatore dichiarasse, all’ultima riga, che le regole non bastano a sé stesse.
Da Graziano ai Codici: breve storia del diritto canonico
La Chiesa ha avuto regole fin dai primi secoli: canoni dei concili, lettere dei Papi, consuetudini. Ma per molto tempo erano testi sparsi e spesso contraddittori. La svolta arrivò a Bologna verso il 1140. Un maestro di nome Graziano compose la Concordia discordantium canonum, «concordanza dei canoni discordanti», nota come Decretum Gratiani. Il suo metodo era rivoluzionario: mettere a confronto norme opposte e trovare un criterio razionale per conciliarle.
Nacque così la scienza canonistica. Nei secoli successivi i Papi aggiunsero nuove raccolte, come il Liber Extra di Gregorio IX nel 1234. L’insieme prese il nome di Corpus iuris canonici e rimase in vigore fino al Novecento. Nelle università medievali il diritto canonico e il diritto romano si studiavano insieme: era l’utrumque ius, «l’uno e l’altro diritto».
Lo storico americano Harold Berman ha sostenuto che la tradizione giuridica occidentale nasce proprio qui. Con la riforma di Gregorio VII, alla fine dell’XI secolo, la Chiesa si diede un ordinamento autonomo dal potere imperiale. Fu, secondo Berman, una «rivoluzione papale» da cui discende l’idea stessa di un diritto sistematico.
Poi arrivò l’età dei codici. Nel 1917 Benedetto XV promulgò il primo Codice di diritto canonico, preparato dal cardinale Pietro Gasparri sul modello dei codici civili moderni. Dopo il Concilio Vaticano II, Giovanni Paolo II promulgò il nuovo Codice il 25 gennaio 1983. E lo definì uno sforzo di tradurre in linguaggio giuridico l’ecclesiologia conciliare, cioè la nuova immagine della Chiesa come popolo di Dio.
Il debito nascosto del diritto civile verso i canonisti
Molti principi che oggi diamo per scontati sono nati o cresciuti nelle aule dei canonisti. Il matrimonio fondato sul libero consenso degli sposi, e non sull’accordo delle famiglie, è un’eredità canonistica. Così come il principio per cui i patti vanno rispettati anche senza formalità, sintetizzato poi nella massima pacta sunt servanda. Oggi è una regola cardine del diritto internazionale.
I canonisti medievali elaborarono anche l’idea di persona giuridica, cioè di un ente distinto dagli individui che lo compongono. Pensavano ai monasteri, ai capitoli, alle diocesi. Oggi la applichiamo a società, associazioni e Stati. E fu il Liber Sextus di Bonifacio VIII, nel 1298, a raccogliere una regola destinata a lunga fortuna politica: ciò che riguarda tutti deve essere approvato da tutti. Gli storici la considerano una delle radici dell’idea di rappresentanza.
C’è infine l’aequitas canonica, l’equità canonica. È il potere di adattare la norma al caso concreto, per evitare che la legge applicata alla lettera produca un’ingiustizia. Il diritto canonico, insomma, non ha mai creduto che la giustizia coincida con il testo della legge. È forse il suo insegnamento più attuale.
I maestri: dalla canonistica laica italiana a Giuseppe Dalla Torre
L’Italia ha avuto un ruolo unico nello studio del diritto canonico. Nel Novecento la materia si insegnava anche nelle facoltà di giurisprudenza dello Stato, spesso affidata a professori laici. Nacque così una scuola che gli studiosi chiamano «canonistica laica italiana». Tra i suoi nomi ci sono Francesco Ruffini, Vincenzo Del Giudice, Arturo Carlo Jemolo, Pio Fedele, Orio Giacchi e Pietro Agostino d’Avack.
Il loro contributo fu anche teorico. Nel 1918 Santi Romano pubblicò L’ordinamento giuridico, in cui sosteneva che esistono più ordinamenti giuridici accanto allo Stato. L’esempio più evidente era proprio la Chiesa. Quell’intuizione aiuta ancora oggi a pensare un mondo di diritti che convivono: nazionali, europei, internazionali, religiosi.
L’ erede più recente di questa tradizione è stato Giuseppe Dalla Torre. Nato a Roma nel 1943 e morto nel 2020, insegnò diritto canonico ed ecclesiastico a Modena e a Bologna. Fu rettore della LUMSA dal 1991 al 2014 e presidente del Tribunale dello Stato della Città del Vaticano per oltre vent’anni. Lavorò anche alla revisione del Concordato, come segretario della delegazione del governo italiano. La sua biografia è già una lezione: si può servire lo Stato e la Chiesa con la stessa competenza, senza confondere i due ambiti.
Fuori dall’Italia va ricordata almeno la scuola dell’Università di Navarra, con Javier Hervada. Per lui il diritto è anzitutto «la cosa giusta», ciò che spetta a ciascuno. Una definizione antica, che risale a Tommaso d’Aquino, e che il diritto contemporaneo rischia di dimenticare.
I Papi e il diritto: da Giovanni Paolo II a Leone XIV
Ogni pontificato recente ha lasciato un’impronta giuridica. Giovanni Paolo II diede alla Chiesa i due codici e, nel 1984, firmò con l’Italia la revisione del Concordato. Fu lui a ricordare che il Codice non sostituisce la fede, la grazia e la carità.
Benedetto XVI portò il tema nel cuore delle istituzioni civili. Il 22 settembre 2011 parlò al Bundestag di Berlino sui fondamenti del diritto. Citò sant’Agostino: «Togli il diritto – e allora che cosa distingue lo Stato da una grossa banda di briganti?». E spiegò che il cristianesimo non ha mai imposto allo Stato un diritto rivelato. Ha invece indicato la natura e la ragione come vere fonti del diritto. Parlò perfino di una «ecologia dell’uomo»: come la natura, anche la persona ha una struttura che il legislatore deve rispettare.
Francesco ha usato il diritto per riformare. Nel 2015 ha reso più rapidi e accessibili i processi di nullità matrimoniale. Nel 2019 ha introdotto obblighi di segnalazione degli abusi. Nel 2021 ha riscritto il diritto penale della Chiesa, un lavoro avviato già sotto Benedetto XVI. E nel 2022 ha riformato la Curia romana. Lo scandalo degli abusi ha mostrato una verità dolorosa: quando il diritto non viene applicato, a pagare sono i più deboli.
Leone XIV raccoglie questa eredità con lo sguardo del tecnico. E alla Gregoriana ha ricordato che la giustizia nella Chiesa non va mai separata dalla verità e dalla misericordia.
Che cosa insegna oggi il diritto canonico all’Italia, all’Europa e al mondo
In Italia il diritto canonico è più presente di quanto sembri. L’articolo 7 della Costituzione afferma che lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. Il matrimonio celebrato in chiesa può avere effetti civili. E le sentenze ecclesiastiche di nullità, a certe condizioni, possono valere anche per lo Stato. Chi ignora il diritto canonico, insomma, non capisce del tutto il diritto italiano.
All’Europa offre almeno due lezioni. La prima è la sussidiarietà, il principio per cui le decisioni vanno prese al livello più vicino ai cittadini. Nato nella dottrina sociale della Chiesa, è entrato nei trattati europei con Maastricht. La seconda è l’unità nella diversità. La Chiesa tiene insieme, sotto due codici, comunità di culture e lingue lontanissime. È probabilmente il più antico ordinamento giuridico sovranazionale ancora in funzione.
Al mondo, infine, ricorda che il diritto ha uno scopo fuori di sé. Il positivismo giuridico, la teoria per cui è diritto solo ciò che lo Stato pone, ha prodotto ordinamenti perfetti nella forma e terribili nella sostanza. Il canone 1752 dice il contrario: la legge esiste per la persona (e per la sua salvezza), non la persona per la legge.
Per questo un diritto che molti considerano polveroso resta sorprendentemente moderno. Insegna che la norma senza equità diventa sopruso. Che l’autorità senza controllo diventa abuso. E che la giustizia, come ha detto Leone XIV citando Agostino, è soltanto l’amore messo in ordine. Centocinquant’anni dopo, la Gregoriana festeggia una disciplina che ha ancora una domanda da porre ai giuristi di ogni Paese: a che cosa serve, davvero, il diritto?