Italiani salvati in Nepal: la voce di Valentina

Gli italiani salvati in Nepal sono Valentina Piccinini e Stefano Lotumolo. Dopo l’alluvione, il racconto della paura e della solidarietà ricevuta.

Ci sono anche Valentina Piccinini e Stefano Lotumolo tra gli italiani salvati in Nepal dopo la devastante alluvione improvvisa che ha travolto il distretto di Rasuwa, al confine con il Tibet. I loro nomi, inseriti nel primo elenco di 27 turisti stranieri messi in sicurezza nelle aree di Timure e Bhote Koshi, sono stati confermati dalla Farnesina. Una notizia capace di restituire sollievo alle famiglie, ma che non attenua la portata di una tragedia ancora in piena evoluzione.

Valentina Piccinini

A raccontare in poche righe la violenza dell’esperienza vissuta è stata Valentina, torinese, attraverso un messaggio pubblicato sui social: «Il Nepal si è distrutto. Il Nepal mi ha distrutta. Ma i Nepalesi mi hanno salvata». Parole essenziali, senza retorica, nelle quali convivono lo shock per quanto accaduto e la riconoscenza verso coloro che, nel momento più difficile, hanno offerto protezione e aiuto.

Italiani salvati in Nepal, il sollievo delle famiglie

La prima rassicurazione era arrivata alla famiglia Piccinini già un’ora dopo l’alluvione. Valentina era riuscita a mettersi in contatto con i propri cari per comunicare di essere viva e in buone condizioni. Il recupero dalla zona colpita, tuttavia, sarebbe avvenuto soltanto il giorno successivo, a causa del maltempo e delle difficoltà incontrate dai soccorritori nel raggiungere un territorio sconvolto dall’acqua, dal fango e dai detriti.

«Siamo ancora un po’ scombussolati. Dire che siamo felici forse non è opportuno, visto ciò che purtroppo è successo a tanti altri. Diciamo che è andata bene», ha dichiarato Michele Piccinini, padre della giovane. In questa prudenza si misura il peso delle ore trascorse nell’incertezza, ma anche la consapevolezza che, mentre una famiglia può finalmente tirare un sospiro di sollievo, molte altre attendono ancora notizie.

Valentina si trovava in Nepal con il compagno Stefano Lotumolo, fotografo toscano. I due viaggiavano verso il monte Kailash, luogo sacro per diverse tradizioni religiose dell’Asia, quando la piena ha sconvolto la vallata. Secondo il racconto di Lotumolo, il gruppo era a bordo di un pullman e si trovava a pochi metri dalla zona di massimo impatto quando ha udito un boato e ha visto avanzare un’enorme massa di fango e detriti. Il tempo per reagire sarebbe stato di appena venti secondi.

Stefano Lotumolo

La fuga dal fango e una notte in un rudere

La salvezza è arrivata correndo verso la montagna. Dietro di loro, in pochi istanti, strade, edifici e collegamenti venivano cancellati dalla forza dell’acqua. Valentina e Stefano, insieme agli altri componenti del gruppo e ad alcuni abitanti sopravvissuti, hanno trascorso un giorno e una notte all’interno di un rudere di pietra, in attesa che le condizioni permettessero l’arrivo dei soccorsi.

Il loro viaggio si è trasformato così in una lotta per la sopravvivenza. Documenti, denaro ed effetti personali sono andati perduti. È rimasta, soprattutto, la memoria di un paesaggio mutato in pochi istanti e di comunità locali duramente colpite. Lotumolo, una volta raggiunta Kathmandu, ha descritto villaggi spazzati via e una vallata nella quale la distruzione appariva pressoché totale.

Il messaggio di Valentina assume, in questo contesto, un significato ancora più profondo. Non è soltanto la testimonianza di una turista scampata al disastro, ma il riconoscimento della solidarietà ricevuta dalla popolazione nepalese. Persone che, pur avendo perso case, familiari e mezzi di sostentamento, hanno continuato a soccorrere chi si trovava in pericolo.

Nel profilo della giovane torinese emerge anche una particolare attenzione verso gli altri. Valentina aveva conosciuto il compagno durante un soggiorno di tre mesi in Tanzania, nella regione del Kilimangiaro, dove aveva partecipato come volontaria a un progetto umanitario. Un’esperienza di aiuto che, in Nepal, ha assunto una direzione opposta: questa volta è stata lei a dover affidare la propria vita al coraggio e alla generosità di sconosciuti.

Il grande intervento dei soccorritori nepalesi

L’alluvione ha colpito i corridoi fluviali del Bhote Koshi e del Trishuli nella mattina del 26 agosto, interessando non soltanto Rasuwa, ma anche le aree di Nuwakot, Dhading e Gorkha. Il Nepal Tourism Board, la polizia turistica, il Ministero della Cultura, del Turismo e dell’Aviazione civile e le altre strutture coinvolte hanno avviato verifiche per individuare i viaggiatori presenti nelle zone attraversate dalla piena.

Il numero iniziale di 27 turisti stranieri soccorsi rappresentava una delle prime ricognizioni ufficiali. Con l’estensione delle operazioni, le autorità nepalesi hanno successivamente comunicato l’evacuazione aerea di 336 persone, tra le quali 45 cittadini stranieri provenienti da sei Paesi. Gli interventi si sono concentrati soprattutto nelle località di Timure, Dhunche e Mailung, con migliaia di militari impegnati nelle ricerche, nell’assistenza medica e nella distribuzione dei beni essenziali.

La macchina dei soccorsi ha dovuto operare in condizioni particolarmente complesse. Strade interrotte, ponti distrutti, comunicazioni difficili e condizioni meteorologiche instabili hanno rallentato gli spostamenti. L’esercito nepalese ha impiegato uomini, elicotteri e squadre di terra anche durante la notte, trasportando tende, medicinali, acqua e generi alimentari nelle aree rimaste isolate.

Le prime ricostruzioni hanno collegato la catastrofe al collasso di una grande massa glaciale, capace di generare una sequenza di frane, detriti e improvvise ondate di piena. Le autorità hanno continuato a monitorare anche il rischio di nuovi allagamenti provocati dai bacini formatisi a monte, mentre il bilancio delle vittime e dei dispersi restava provvisorio. La Croce Rossa ha stimato in oltre 90 mila le persone direttamente coinvolte dall’emergenza.

Il rientro a Kathmandu e l’assistenza italiana

Dopo l’evacuazione, Valentina Piccinini e Stefano Lotumolo hanno raggiunto Kathmandu, dove sono iniziate le procedure necessarie per il rientro in Italia. La perdita dei documenti durante l’alluvione ha reso indispensabile l’assistenza consolare per il rilascio delle certificazioni provvisorie.

La Farnesina ha disposto il rafforzamento della presenza italiana nella capitale nepalese, inviando personale dell’Unità di crisi e dell’Ambasciata d’Italia a Nuova Delhi. Il lavoro delle autorità diplomatiche si è concentrato sull’assistenza ai connazionali, sulla verifica delle segnalazioni e sui contatti con le famiglie e con i tour operator.

In situazioni simili, la compilazione degli elenchi può risultare particolarmente difficile. Alcuni viaggiatori si spostano tra Nepal e Tibet, altri si trovano in aree prive di collegamenti telefonici, mentre le informazioni trasmesse dalle agenzie turistiche possono essere incomplete o non aggiornate. Per questa ragione, la stessa Farnesina ha invitato a considerare con prudenza i dati provvisori diffusi durante le prime ore dell’emergenza.

La storia degli italiani salvati in Nepal conserva dunque due dimensioni inseparabili. Da una parte vi è la cronaca di una fuga durata pochi secondi, seguita dall’attesa e dal soccorso; dall’altra emerge il volto umano di un Paese ferito che non ha smesso di aiutare. Nella frase di Valentina Piccinini resta la sintesi più autentica di questa esperienza: la natura ha distrutto luoghi e certezze, ma la solidarietà dei nepalesi ha restituito la vita e, insieme, una ragione per non dimenticare.