Giuseppe Santorsola – Fra cryptoasset, stablecoin, token ed euro digitale

Nel corso della storia economica, poche rivoluzioni hanno modificato il concetto stesso di moneta quanto quella digitale. In meno di vent’anni il sistema finanziario internazionale ha assistito alla nascita di strumenti capaci di mettere in discussione equilibri consolidati, aprendo interrogativi che non appartengono più soltanto agli specialisti della finanza, ma coinvolgono governi, banche centrali, imprese e cittadini.

Cryptoasset, stablecoin, token ed euro digitale rappresentano oggi quattro universi distinti, spesso confusi nel linguaggio comune ma profondamente differenti per funzione, natura giuridica e finalità economica. A riflettere su questa trasformazione è Giuseppe Santorsola, che analizza l’evoluzione degli strumenti digitali con uno sguardo insieme storico, monetario e geopolitico.

Giuseppe Santorsola e Giuseppe Criseo laureato ISFOA

Dalla sfida alla moneta tradizionale alla speculazione globale

L’origine del fenomeno risale al 2009, anno in cui apparve il progetto del Bitcoin attribuito alla figura, ancora avvolta nel mistero, di Satoshi Nakamoto. L’idea iniziale era radicale: creare una moneta digitale indipendente dalle banche centrali e sottratta al controllo degli Stati.

Alla base vi era un principio matematico preciso: l’offerta limitata a 21 milioni di unità, in aperta contrapposizione alle politiche monetarie espansive adottate dalle principali economie mondiali. Una visione che, almeno teoricamente, voleva difendere il valore della moneta dall’inflazione e dall’eccesso di emissione.

Ma quella che nasceva come alternativa monetaria si è trasformata rapidamente in altro. La proliferazione di criptovalute concorrenti, l’elevata volatilità e le numerose frodi hanno mutato la percezione del fenomeno. Il Bitcoin e i cryptoasset sono diventati prevalentemente strumenti speculativi, privi delle caratteristiche classiche della moneta: stabilità, funzione di riserva di valore e universalità nei pagamenti.

Secondo Santorsola, il tempo ha dato ragione a chi fin dall’inizio considerava questi strumenti più vicini alla finanza che alla moneta legale. Non a caso, le autorità internazionali e le banche centrali hanno progressivamente orientato la regolamentazione verso il controllo dei rischi finanziari e non verso il riconoscimento monetario.

Stablecoin: la stabilità promessa che resta relativa

La seconda fase dell’evoluzione digitale è stata segnata dalla nascita delle stablecoin, progettate per ridurre la volatilità tipica delle criptovalute tradizionali.

A differenza del Bitcoin, le stablecoin si ancorano a valute reali — soprattutto il dollaro — oppure a beni rifugio come l’oro. In teoria dovrebbero offrire maggiore stabilità; nella pratica, tuttavia, il loro equilibrio dipende dalla solidità delle riserve sottostanti e dalla fiducia degli investitori.

I casi di Tether e USD Coin hanno dimostrato come questi strumenti possano raggiungere dimensioni enormi, arrivando a detenere quote significative di titoli di Stato americani. Un paradosso interessante: strumenti nati per superare il sistema monetario tradizionale finiscono per sostenere indirettamente il debito pubblico degli Stati.

Santorsola evidenzia inoltre un aspetto spesso trascurato: le stablecoin stanno assumendo un ruolo quasi monetario in alcune aree del mondo emergente, dall’Africa subsahariana all’America Latina, dove competono con valute locali fragili e con i sistemi bancari tradizionali.

Ma la stabilità promessa resta relativa. Anche dollaro, euro e oro subiscono oscillazioni significative. Per questo motivo, più che monete, le stablecoin devono essere considerate investimenti digitali collegati ad asset tradizionali.

Token e NFT: quando il digitale rappresenta il valore

Un ulteriore capitolo dell’innovazione riguarda i token, strumenti digitali costruiti su tecnologia blockchain con funzioni molto diverse tra loro.

Esistono utility token, governance token, security token e soprattutto gli NFT, i cosiddetti “non fungible token”, che hanno reso possibile la certificazione digitale di opere d’arte, beni da collezione e contenuti unici.

L’aspetto più rilevante di questa evoluzione è la trasformazione del concetto stesso di proprietà digitale. Non si acquista soltanto un file o un contenuto, ma un certificato crittografico che ne attesta autenticità e unicità.

Il fenomeno ha avuto momenti di entusiasmo quasi euforico, seguiti da forti ridimensionamenti, ma ha lasciato una traccia profonda: la blockchain non è più soltanto moneta digitale, bensì infrastruttura tecnologica capace di certificare valore, identità e diritti.

L’euro digitale: la risposta delle banche centrali

Completamente diversa è invece la natura dell’euro digitale, così come delle future Central Bank Digital Currencies (CBDC).

Qui non si parla di strumenti speculativi né di iniziative private. L’euro digitale rappresenta la possibile evoluzione elettronica della moneta ufficiale emessa dalla banca centrale, mantenendo piena validità legale e controllo pubblico.

Secondo Santorsola, una delle motivazioni principali dietro il progetto europeo è ridurre la dipendenza dai grandi circuiti di pagamento statunitensi come Visa e Mastercard, oggi dominanti nella gestione delle transazioni internazionali.

Esiste poi una ragione geopolitica e strategica: la sovranità digitale. In un contesto segnato da crescenti tensioni internazionali, l’Europa punta a costruire infrastrutture autonome per la gestione dei pagamenti e dei dati finanziari.

L’euro digitale, tuttavia, non è imminente. La sperimentazione della Banca Centrale Europea procede in fase avanzata, ma restano aperti temi delicati legati alla privacy, alla sicurezza e all’equilibrio con il sistema bancario tradizionale.

Moneta o investimento? Il nodo centrale resta aperto

La riflessione conclusiva di Santorsola riporta il dibattito al punto essenziale: cosa può essere definito davvero “moneta”?

Secondo la tradizione economica, da John Maynard Keynes in avanti, la moneta deve svolgere contemporaneamente tre funzioni fondamentali:

  • mezzo di scambio;
  • unità di conto;
  • riserva di valore.

Le innovazioni digitali nate negli ultimi anni raramente riescono a soddisfare tutte e tre queste caratteristiche nello stesso momento. Cryptoasset, stablecoin e token restano prevalentemente strumenti finanziari o tecnologici. L’euro digitale, invece, potrebbe rappresentare la vera continuità evolutiva della moneta tradizionale.

Resta però una certezza: la tecnologia blockchain e i registri distribuiti stanno già cambiando in profondità il sistema dei pagamenti internazionali, le infrastrutture finanziarie e i rapporti tra Stati, mercati e cittadini.

Una trasformazione epocale, se si pensa che appena cinquant’anni fa l’economia globale si muoveva ancora tra assegni, cambiali, contanti e frontiere monetarie rigidamente separate.