Furto del collier al MAK, Vienna nella bufera

Il furto del collier al MAK scatena accuse sulla sicurezza: una testimone denuncia controlli assenti e nessun allarme dopo la vetrina infranta.

A Vienna non è scomparso soltanto un gioiello milionario. Il furto del collier al MAK, il Museo di arti applicate della capitale austriaca, ha aperto una frattura tra la versione ufficiale dell’istituzione e il racconto di una visitatrice presente durante il colpo. Al centro della polemica vi sono controlli apparentemente assenti, tempi di reazione contestati e, soprattutto, un interrogativo destinato a pesare sull’immagine del museo: perché, mentre i rapinatori colpivano ripetutamente la vetrina, non sarebbe stato udito alcun allarme?

A tre giorni dall’assalto, avvenuto giovedì pomeriggio durante la mostra “Glanzstücke”, il caso non riguarda più soltanto la caccia ai due responsabili. La discussione si è spostata sulla capacità del sistema di sicurezza di proteggere le opere, gestire i visitatori e reagire a un’azione armata compiuta nel pieno dell’orario di apertura.

Furto del collier al MAK, il racconto della testimone

La testimonianza raccolta dal quotidiano austriaco “Die Presse” descrive una situazione molto diversa da quella prospettata dalla direzione del museo. La visitatrice sostiene di essere entrata nella mostra con una borsa piuttosto grande senza essere sottoposta ad alcun controllo.

«Non c’erano misure di sicurezza, nessun controllo delle borse, niente», ha dichiarato la donna, contestando la ricostruzione del MAK. Poco dopo avere osservato il collier di Van Cleef & Arpels, avrebbe sentito un rumore forte e sordo provenire da un’altra zona dell’allestimento.

I colpi sarebbero stati tanto violenti da fare vibrare le pareti divisorie. Un’altra visitatrice, giunta dalla direzione del rumore, avrebbe riferito che qualcuno stava sfondando una teca. È in quel momento che la testimone si sarebbe posta la domanda divenuta il cuore della vicenda: «Perché non è scattato l’allarme?».

Quando il martellamento è cessato, la donna sarebbe tornata verso il punto dell’assalto, trovando la vetrina danneggiata e i frammenti a terra. Secondo il suo racconto, nell’area non sarebbero ancora arrivati addetti alla sicurezza o dipendenti del museo. Altri visitatori avrebbero continuato a muoversi nelle sale, mentre alcune teche contenenti ulteriori gioielli, compresi degli orecchini, sarebbero rimaste facilmente avvicinabili. Si tratta, naturalmente, di una ricostruzione testimoniale che dovrà essere confrontata con le immagini della videosorveglianza e con gli accertamenti investigativi.

Solo in un secondo momento un dipendente avrebbe invitato la visitatrice ad abbandonare l’esposizione. La donna sostiene inoltre di essere uscita dal museo senza essere interrogata e senza incontrare agenti ai quali riferire quanto osservato. Una circostanza che, se confermata, solleverebbe ulteriori interrogativi sulla gestione dei presenti e sulla raccolta immediata delle testimonianze.

Un colpo rapido nel cuore della mostra

L’azione è stata compiuta da due uomini entrati al MAK come normali visitatori, dopo avere acquistato regolarmente i biglietti. Nel pomeriggio di giovedì i due hanno raggiunto la sala della mostra, dove uno dei responsabili avrebbe mostrato una pistola, mentre per infrangere la vetrina è stato utilizzato un martello.

Dopo avere aperto un varco nella teca, i rapinatori hanno prelevato il collier e sono fuggiti a piedi in direzione dello Stadtpark, il parco situato nelle immediate vicinanze del museo. La loro traccia si sarebbe poi interrotta. Le autorità austriache hanno diffuso le fotografie dei sospettati e avviato una ricerca su scala nazionale e internazionale, senza fornire ulteriori particolari sulle indagini in corso.

Il gioiello sottratto non rappresenta soltanto un oggetto di straordinario valore economico. Il collier, associato alla regina Nazli d’Egitto, fu realizzato nel 1939 dalla maison Van Cleef & Arpels in occasione delle nozze della principessa Fawzia, figlia della sovrana. Composto da 673 diamanti rotondi e con taglio baguette, disposti secondo un motivo a raggiera, supera i 200 carati ed è considerato una delle espressioni più rappresentative della gioielleria Art déco.

Il suo valore è stato stimato in circa 3,7 milioni di euro. Nel 2015 era stato battuto all’asta a New York per 4,3 milioni di dollari. Al MAK figurava tra i circa cinquecento pezzi della mostra dedicata alla storica maison parigina, prevista fino al 27 settembre.

La difesa del museo e le versioni contrapposte

La direttrice generale del MAK, Lilli Hollein, ha respinto l’idea di una mostra priva di protezione. Secondo la responsabile, per “Glanzstücke” era stato elaborato con Van Cleef & Arpels uno specifico piano di sicurezza, conforme agli standard adottati nelle esposizioni internazionali di alta gioielleria.

Il museo ha riferito che i preziosi erano custoditi in vetrine di sicurezza con vetri blindati, integrate nelle pareti, e che la vigilanza era stata affidata a un operatore esterno. La moderna videosorveglianza avrebbe inoltre documentato l’intera dinamica del colpo. Il MAK aveva dichiarato la presenza di dieci addetti alla sicurezza e sostenuto che il personale avesse reagito con lucidità, attenendosi alle procedure previste.

La priorità, ha spiegato Hollein, sarebbe stata quella di proteggere visitatori e dipendenti, evitando un confronto diretto con persone armate. Nessuno è rimasto ferito, elemento che la direzione considera il risultato più importante della gestione dell’emergenza.

Il racconto della testimone, da solo, non consente di stabilire se il sistema di allarme abbia subito un guasto, se abbia inviato una segnalazione silenziosa oppure se siano intervenuti altri meccanismi non percepibili dal pubblico. Tuttavia, la distanza tra la reazione descritta dal museo e la situazione riferita dalla visitatrice alimenta una legittima richiesta di chiarezza.

La questione ha ormai superato i confini dell’istituzione. Il ministero austriaco della Cultura ha condannato l’accaduto e annunciato che la sicurezza sarà posta al centro della prossima conferenza dei musei federali, prevista per il 16 settembre.

Metal detector e controlli rafforzati dopo il colpo

Dopo la rapina, il MAK ha introdotto misure aggiuntive. All’ingresso della mostra sono stati installati metal detector, mentre borse e zaini devono essere obbligatoriamente depositati al guardaroba. Le disposizioni resteranno in vigore almeno fino alla chiusura dell’esposizione, fissata al 27 settembre, e potrebbero essere prorogate.

L’adozione di questi strumenti dopo il colpo ha inevitabilmente rafforzato il dibattito. Se le precedenti misure erano considerate adeguate, occorrerà spiegare quali vulnerabilità abbiano suggerito un intervento tanto rapido. Se, invece, metal detector e deposito obbligatorio delle borse erano ritenuti superflui prima dell’assalto, sarà necessario chiarire che cosa abbia determinato quella valutazione.

La sicurezza museale non coincide unicamente con la resistenza di una vetrina. Comprende il controllo degli accessi, la presenza riconoscibile del personale, la tempestività delle comunicazioni, la gestione delle vie di fuga e la capacità di mettere in sicurezza le sale senza esporre il pubblico a pericoli maggiori. Ogni passaggio deve funzionare come parte di una sola catena: quando uno degli anelli appare debole, la fiducia nell’intero sistema rischia di incrinarsi.

Il furto del collier al MAK lascia quindi due indagini parallele. La prima deve individuare i rapinatori e recuperare un gioiello di eccezionale valore storico ed economico. La seconda, non meno importante per la credibilità dell’istituzione, dovrà ricostruire ciò che accadde nelle sale durante quei minuti e spiegare perché una visitatrice poté udire i colpi, vedere la teca infranta e uscire dal museo con una domanda ancora senza risposta: dov’era l’allarme?