Il Senato accademico e il rettore Stefano Masullo esprimono cordoglio per Enzo Bianchi, fondatore di Bose, morto a Torino a 83 anni.
ISFOA esprime il più sentito cordoglio per la scomparsa di Enzo Bianchi, fondatore della Comunità monastica di Bose, morto il 1° settembre 2026, a 83 anni, all’ospedale Molinette di Torino. Il Senato accademico, insieme al magnifico rettore Stefano Masullo, partecipa al lutto per una figura che ha segnato il dibattito religioso e culturale italiano, portando al centro della riflessione pubblica il rapporto tra fede, ascolto e fraternità.
La sua vicenda attraversa oltre mezzo secolo di cattolicesimo italiano: il rinnovamento conciliare, l’esperienza ecumenica, la divulgazione biblica e, negli ultimi anni, la dolorosa separazione dalla comunità alla quale aveva dedicato gran parte dell’esistenza. I funerali saranno celebrati giovedì 3 settembre, alle 16.30, a Castel Boglione, nell’Astigiano, suo paese natale.

Enzo Bianchi e Bose, una comunità aperta all’incontro
Nato il 3 marzo 1943, Bianchi arrivò alla scelta monastica dopo gli studi di Economia e Commercio a Torino. Nella seconda metà degli anni Sessanta si stabilì a Bose, frazione di Magnano, nel Biellese. Nel 1968 lo raggiunsero i primi fratelli e le prime sorelle: da quell’esperienza prese forma una vita comune di cui scrisse la regola.
Il progetto maturò nel clima del Concilio Vaticano II e del rinnovamento che ne seguì. Un tratto distintivo fu la presenza di uomini e donne appartenenti a diverse confessioni cristiane, chiamati a condividere la quotidianità senza annullare le rispettive appartenenze. L’ecumenismo assumeva così una dimensione concreta, affidata alla convivenza e alla responsabilità reciproca.
L’ospitalità contribuì a rendere il monastero un luogo frequentato anche da persone lontane dalla pratica religiosa. Nella regola, l’accoglienza riguarda ciascun ospite e richiede attenzione, semplicità e delicatezza. In questa disponibilità all’incontro si può riconoscere una delle ragioni della rilevanza culturale di Bose: offrire uno spazio in cui la ricerca spirituale potesse confrontarsi con domande differenti.
La parola, i libri e il confronto con la Chiesa
La dimensione monastica si accompagnò a un’intensa attività editoriale. Nel 1983 Bianchi fondò Edizioni Qiqajon, dedicate alla spiritualità biblica, patristica, liturgica e monastica. La pubblicazione di questi testi contribuì a mettere in relazione lo studio della tradizione cristiana con le esigenze di lettori contemporanei, dando continuità al lavoro di approfondimento svolto nella comunità.
Il suo percorso ebbe anche un riconoscimento nel mondo universitario: nel 2000 l’Università di Torino gli conferì una laurea honoris causa in Scienze politiche. La biografia pubblicata dalla Casa della Madia ricorda inoltre l’insegnamento della teologia biblica alla Facoltà di Filosofia dell’Università Vita-Salute San Raffaele.
Benedetto XVI lo chiamò come esperto ai Sinodi dei vescovi sulla Parola di Dio, nel 2008, e sulla nuova evangelizzazione, nel 2012. Francesco lo nominò consultore del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani nel 2014 e uditore al Sinodo sui giovani del 2018. Incarichi che documentano il suo coinvolgimento nella riflessione ecclesiale di quegli anni.
La separazione da Bose e la crisi interna
Nel gennaio 2017 Bianchi lasciò la guida della comunità. La frattura successiva arrivò con il decreto della Santa Sede del 13 maggio 2020, approvato da papa Francesco, che dispose il suo allontanamento insieme a quello di altri tre membri. Il provvedimento seguì una visita apostolica svolta tra dicembre 2019 e gennaio 2020.
Nel comunicato diffuso allora, Bose riferì di difficoltà riguardanti l’esercizio dell’autorità del fondatore, il governo interno e i rapporti fraterni. Questi sono gli elementi resi pubblici dalla comunità: vanno distinti dalle interpretazioni e dalle polemiche che accompagnarono la vicenda. Il trasferimento di Bianchi fuori dal monastero avvenne nel giugno 2021.
Il monaco visse quel passaggio come una rottura profonda. Nell’intervista ricordata dalla TGR Piemonte, alla domanda se Bose rappresentasse una sconfitta rispose affermativamente, spiegando di avvertire un rigetto del proprio progetto. Il suo racconto restituiva la sofferenza per una distanza che riguardava anche l’identità e il significato dell’esperienza condivisa.
Alla Madia, il tentativo di ricominciare
La nuova esperienza prese forma ad Albiano d’Ivrea, nella fraternità monastica Casa della Madia. Il progetto riunisce uomini e donne che condividono stabilmente lavoro, preghiera e vita quotidiana, con un’attenzione dichiarata verso gli ultimi e i poveri. Anche qui l’accoglienza occupa un posto centrale nella relazione con chi arriva.
«Faremo una vita fedele alla semplicità», spiegava Bianchi nell’intervista riproposta dalla Rai. Il lavoro manuale per sostenersi e la disponibilità verso tutti erano gli impegni indicati per questa nuova stagione. Nelle sue parole, ricominciare significava approfondire anche la conoscenza di sé e degli altri: un proposito che accompagnava la ricerca di una diversa forma di convivenza.
L’ultimo desiderio di riconciliazione
Dopo la morte, Bose ha pubblicato uno scambio di messaggi tra il fondatore e il priore Sabino, avvenuto nelle settimane precedenti. Bianchi chiedeva di individuare un percorso di riconciliazione e di potersi incontrare nuovamente. La risposta accoglieva quel desiderio e manifestava la disponibilità a preparare un incontro con i fratelli e le sorelle.
«Troviamo una via perché io possa morire in pace e riconciliazione con voi», aveva scritto. Secondo quanto comunicato dal monastero, il successivo ricovero impedì di realizzare l’appuntamento. Nel messaggio di commiato, la comunità ha riconosciuto il dolore degli ultimi anni e ringraziato per quanto ricevuto dal suo primo priore.
È un passaggio che aggiunge al ricordo una dimensione essenziale. Accanto alle divergenze rimane il tentativo di tornare a parlarsi: un gesto incompiuto, ma documentato, che permette di guardare agli ultimi giorni senza ridurli alla sola separazione.
Il ritorno a Castel Boglione e il saluto di ISFOA
Le esequie nella chiesa parrocchiale di Castel Boglione riporteranno Bianchi nei luoghi dell’infanzia. Come riferito dall’ANSA, dopo la celebrazione il corteo raggiungerà a piedi il cimitero, secondo la sua volontà. Il parroco, don Joseph Vallanat, ha ricordato il legame mantenuto con il paese e l’abitudine di fermarsi a conversare con chi lo conosceva da sempre.
Il cordoglio del Senato accademico di ISFOA e del rettore Stefano Masullo accompagna questo commiato. Ricordare una personalità di tale rilievo richiede attenzione al contributo intellettuale e alla storia umana, comprese le difficoltà che l’hanno attraversata. Per il mondo della formazione, quella vicenda offre materia di riflessione sul rapporto tra sapere, responsabilità e capacità di ascoltare.
L’eredità di Enzo Bianchi resta affidata ai libri, alle esperienze comunitarie e alle domande suscitate dal suo percorso. Il desiderio finale di riconciliazione consegna anche un interrogativo concreto: quanto siamo disposti a fare perché una relazione ferita possa ritrovare parole condivise? È una domanda che riguarda la vita religiosa e raggiunge, con pari forza, quella civile.