L’alluvione Tibet-Nepal ha travolto villaggi e infrastrutture: bilanci divergenti sui dispersi, mentre avanzano i soccorsi internazionali.
Una massa incontenibile di acqua, ghiaccio, rocce e fango ha spezzato in pochi minuti la vita di intere comunità himalayane. L’alluvione Tibet-Nepal, provocata dal collasso di una porzione di ghiacciaio, ha investito il confine tra i due Paesi, lasciando dietro di sé almeno 168 vittime accertate e oltre 1.300 persone ancora irreperibili. Tra loro vi sono centinaia di turisti stranieri, pellegrini e lavoratori sorpresi lungo uno dei corridoi montani più frequentati e, nello stesso tempo, più fragili dell’Asia.

Il dato che restituisce con maggiore immediatezza la dimensione internazionale della tragedia arriva dal Nepal Tourism Board. Nel rapporto aggiornato a mezzogiorno, l’ente ha comunicato che risultano dispersi 644 viaggiatori: 517 cittadini stranieri e 127 nepalesi. Una fotografia ancora provvisoria, destinata a mutare mentre le autorità incrociano gli elenchi degli operatori turistici, le registrazioni alberghiere e le segnalazioni delle famiglie.
Alluvione Tibet-Nepal, il difficile conto dei dispersi
Il numero reale delle persone coinvolte rimane avvolto nell’incertezza. Le differenti cifre diffuse da Kathmandu e Pechino non rappresentano necessariamente una contraddizione, ma possono riferirsi a orari, territori e categorie diverse. Alcuni conteggi comprendono soltanto i turisti; altri includono residenti, lavoratori, pellegrini e membri delle forze di sicurezza. Non è inoltre possibile escludere che alcuni nominativi siano stati registrati da entrambe le amministrazioni.
Il National Emergency Operation Centre del ministero dell’Interno nepalese ha riferito di 165 corpi recuperati e di 826 persone ancora irrintracciabili nel Paese. Tra queste figurano 85 appartenenti alle forze di sicurezza e 162 residenti dei distretti di Rasuwa e Nuwakot. Secondo questa ricognizione, i turisti dispersi sarebbero 579, dei quali 466 stranieri e 113 nepalesi. I soccorritori hanno finora tratto in salvo oltre cento persone, alcune delle quali trasferite in elicottero negli ospedali di Kathmandu.
Sul versante tibetano, la televisione di Stato cinese CCTV ha comunicato che sono 558 le persone ancora irreperibili, comprese 260 di nazionalità straniera. Pechino ha inoltre confermato almeno tre vittime e l’evacuazione dei villaggi considerati maggiormente esposti a nuovi smottamenti. Anche in questo caso, la somma con i dati nepalesi deve essere affrontata con prudenza: la prossimità del confine e il continuo movimento di turisti e pellegrini rendono complessa l’eliminazione di possibili duplicazioni.
Il collasso del ghiacciaio e l’equivoco sul sisma
Nelle prime ore successive alla catastrofe si era diffusa l’ipotesi che un terremoto avesse innescato la frana. Le successive valutazioni dello United States Geological Survey hanno ricostruito una dinamica differente: il segnale sismico, inizialmente interpretato come un sisma, sarebbe stato generato dal collasso della massa glaciale e dalla successiva colata di detriti.
La parte inferiore di un ghiacciaio si è staccata precipitando verso il fondovalle. L’energia liberata dall’impatto di ghiaccio e rocce ha prodotto un segnale registrato come evento di magnitudo 5.2. La valanga si è quindi riversata nel corso del Lhende Khola, alimentando una piena improvvisa capace di avanzare ad altissima velocità verso il porto di Gyirong, in Tibet, e lungo i fiumi Bhote Koshi e Trishuli, in Nepal.
La furia dell’acqua ha cancellato strade, ponti, abitazioni e impianti energetici. In alcuni tratti il livello del Trishuli sarebbe salito di nove metri nell’arco di appena mezz’ora. Quasi quaranta chilometri di collegamenti stradali risultano danneggiati, mentre fango, sedimenti e interruzioni delle comunicazioni ostacolano l’arrivo delle squadre nelle zone più isolate.
A rendere ancora più delicata la situazione è la formazione di un lago di sbarramento a monte del valico himalayano. Le autorità cinesi stanno monitorando l’area per prevenire un secondo cedimento, che potrebbe provocare un’altra ondata lungo vallate già devastate. Il rischio di frane secondarie resta elevato e condiziona sia i soccorsi sia il ritorno degli sfollati.
Turisti e pellegrini sorpresi lungo la frontiera
La presenza di tanti cittadini stranieri si spiega con la particolare funzione di questa regione. Il confine tra Nepal e Tibet non è soltanto un’area geografica remota, ma un passaggio attraversato da viaggiatori diretti verso il monte Kailash e il lago Manasarovar, luoghi sacri per milioni di fedeli. Altri visitatori erano impegnati in percorsi di trekking nei territori montani del Nepal.
Tra i dispersi segnalati figurano cittadini indiani, statunitensi, ucraini, australiani, britannici, malesi e canadesi, oltre a persone provenienti da numerosi altri Paesi. Mancano all’appello anche lavoratori sudcoreani impiegati in un progetto idroelettrico. La presenza simultanea di gruppi organizzati, pellegrini e viaggiatori indipendenti rende particolarmente difficile stabilire chi si trovasse realmente nell’area al momento dell’alluvione.
La Farnesina ha indicato in circa novanta gli italiani registrati nella regione attraverso il portale “Dove siamo nel mondo”. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha assicurato che i due connazionali direttamente coinvolti risultano in buone condizioni. Il dato relativo agli italiani presenti non deve quindi essere confuso con quello dei dispersi: l’Unità di crisi continua a seguire l’evoluzione dell’emergenza e a verificare le segnalazioni.
I soccorsi e la risposta internazionale
Le operazioni di ricerca proseguono con l’impiego di migliaia di militari, agenti di polizia, guide locali e personale specializzato. Elicotteri e droni vengono utilizzati per raggiungere le vallate isolate, trasportare i feriti e consegnare generi essenziali. Le squadre nepalesi sono impegnate soprattutto nei distretti di Rasuwa, Nuwakot, Dhading e Gorkha, mentre sul versante tibetano sono stati mobilitati rinforzi provenienti da Pechino e Chengdu.
La comunità internazionale ha iniziato a organizzare gli aiuti. Gli Stati Uniti hanno annunciato lo stanziamento immediato di 500 mila dollari e l’invio di un consulente per la risposta alle catastrofi. L’India ha fornito dieci tonnellate di materiali, tra tende, coperte, medicinali, kit igienici e lampade solari. La Federazione internazionale della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa ha liberato un milione di franchi svizzeri, mentre l’Organizzazione mondiale della sanità ha inviato forniture mediche di emergenza.
L’emergenza, tuttavia, non si esaurirà con il ritrovamento dei dispersi. Migliaia di persone hanno perduto la casa, le infrastrutture locali sono state compromesse e numerose comunità rischiano di rimanere isolate per settimane. Alla fase dei soccorsi dovrà seguire una ricostruzione complessa, in un territorio dove ogni strada e ogni ponte rappresentano un collegamento vitale.
L’alluvione Tibet-Nepal consegna infine un avvertimento che supera i confini della cronaca. Le cause specifiche del cedimento glaciale dovranno essere analizzate scientificamente, senza conclusioni premature. Resta però evidente la vulnerabilità delle regioni himalayane, dove ghiacciai, corsi d’acqua e insediamenti umani convivono in un equilibrio sempre più delicato. Dietro il continuo aggiornamento dei numeri vi sono famiglie che attendono una notizia, soccorritori che avanzano nel fango e comunità chiamate a ricostruire non soltanto le proprie case, ma il senso stesso della sicurezza in montagna.