L’alluvione in Nepal e Tibet conta almeno 633 morti e 2.980 dispersi. Soccorsi ostacolati dal maltempo; ricostruzione fino a 5 miliardi.
L’alluvione in Nepal e Tibet assume, ora dopo ora, i contorni di una delle più gravi catastrofi naturali mai registrate nella regione himalayana. In Nepal le vittime accertate sono almeno 626, mentre 2.426 persone risultano ancora disperse. A queste cifre si aggiungono i sette morti e i 554 dispersi segnalati dalle autorità cinesi nella contea tibetana di Gyirong. Il bilancio complessivo raggiunge così almeno 633 decessi e sfiora le tremila persone delle quali non si hanno notizie. Numeri ancora provvisori, destinati a cambiare mentre intere comunità attendono risposte.

Il nuovo aggiornamento della National Disaster Risk Reduction and Management Authority nepalese ha superato il precedente conteggio della polizia, fermo a 616 vittime. Ancora più marcato l’aumento dei dispersi: soltanto ventiquattro ore prima erano 1.924. La crescita non dipende esclusivamente dal ritrovamento di nuovi luoghi colpiti, ma anche dalla progressiva registrazione di residenti, lavoratori, pellegrini e cittadini stranieri che si trovavano nell’area al momento del disastro.
Sommando i dati comunicati da Nepal e Cina, le persone irreperibili sarebbero almeno 2.980. Resta tuttavia difficile escludere eventuali sovrapposizioni tra le liste elaborate dai due Paesi, soprattutto per quanto riguarda i viaggiatori stranieri e i lavoratori impiegati nei cantieri situati lungo il confine. Le autorità stanno cercando di costruire un quadro più preciso, ma le comunicazioni interrotte e l’isolamento di numerosi villaggi rendono complessa persino la raccolta dei nomi.
Alluvione in Nepal e Tibet, un bilancio provvisorio
La catastrofe è stata innescata il 26 agosto dal collasso di una massa glaciale nell’area himalayana. Una gigantesca colata di acqua, ghiaccio, rocce, fango e detriti ha attraversato i sistemi fluviali di montagna, travolgendo abitazioni, ponti, strade, centrali idroelettriche e strutture di frontiera.
La violenza dell’onda ha cancellato in pochi minuti collegamenti indispensabili per territori già difficili da raggiungere in condizioni ordinarie. Le squadre di emergenza si muovono tra versanti instabili, strade scomparse e tunnel invasi dal fango. Il maltempo ha inoltre imposto sospensioni temporanee delle ricerche, proprio mentre il trascorrere delle ore riduce le possibilità di trovare altri sopravvissuti.
Oltre 93mila persone avrebbero bisogno di assistenza, mentre migliaia di uomini delle forze di sicurezza, dell’esercito e della protezione civile sono impegnati nelle zone colpite. Le operazioni non riguardano soltanto la ricerca dei dispersi: occorre evacuare i feriti, distribuire acqua potabile e medicinali, ristabilire le comunicazioni e sorvegliare i bacini formatisi a monte, il cui eventuale cedimento potrebbe provocare nuove inondazioni.
La corsa contro il tempo nei tunnel idroelettrici
Uno dei fronti più delicati riguarda gli impianti idroelettrici del corridoio del Trishuli. Secondo il ministero nepalese dell’Energia, entro venerdì erano stati salvati complessivamente 350 lavoratori e residenti presenti nei diversi progetti della zona. Soltanto nell’Upper Trishuli-1 l’esercito ha portato in salvo 254 persone.
La situazione rimane critica in numerosi tunnel e centrali sotterranee. Le prime informazioni indicano che oltre cento persone potrebbero essere ancora intrappolate, mentre centinaia di dipendenti di diversi impianti non risultano raggiungibili. Gli ingressi sono sepolti dal fango, le vie di accesso sono state distrutte e in alcuni casi non è possibile stabilire con certezza dove si trovassero gli operai al momento dell’impatto.
Le squadre stanno impiegando trivelle ed escavatori per tentare di aprire varchi, ma il terreno instabile impone estrema prudenza. Il Nepal ha chiesto assistenza tecnica internazionale per gli interventi più complessi, compreso il recupero nei tunnel, l’identificazione delle vittime e il ripristino delle infrastrutture.
Il racconto degli italiani sopravvissuti
Dietro le cifre emergono testimonianze capaci di restituire la rapidità e la violenza della tragedia. Valentina Piccinini, italiana sopravvissuta mentre viaggiava verso il monte Kailash, ha raccontato di avere visto una nube marrone avanzare verso il pullman sul quale si trovava.
Quando l’autista ha aperto le porte, i passeggeri sono fuggiti. Piccinini ha perso una ciabatta, è inciampata e si è ritrovata separata dagli altri. Ha quindi cercato riparo arrampicandosi sulla montagna, il più in alto possibile. “Ho ancora quel rumore nelle orecchie”, ha riferito, ricordando il boato che ha preceduto l’arrivo della colata. “Senza l’aiuto dei nepalesi non sarei qui”, ha aggiunto, sottolineando il coraggio di chi l’ha soccorsa in una situazione estrema.
Sono riusciti a raggiungere Kathmandu anche Giovanni Fassini e Marco Lombardi, i due turisti bresciani rimasti bloccati durante il trasferimento da Pokhara alla capitale. Il loro autobus era stato costretto a fermarsi davanti a strade sommerse, ponti crollati e corsi d’acqua esondati. Dopo essere stati messi in sicurezza, i due hanno preparato il rientro in Italia, invitando a rivolgere l’attenzione alle popolazioni colpite, alle vittime e alle loro famiglie.
A Chitwan 229 corpi ancora senza nome
Nel distretto centro-meridionale di Chitwan sono stati recuperati 233 corpi, trascinati dalle acque lungo i fiumi Narayani e Trishuli. Soltanto quattro vittime sono state identificate. Le restanti 229 salme, conservate inizialmente nei centri di raccolta e nelle strutture sanitarie, presentano condizioni tali da rendere sempre più difficile il riconoscimento.
Le autorità hanno avviato la raccolta e la registrazione dei campioni di Dna, indispensabili per restituire un nome ai morti e offrire una risposta alle famiglie. Il deterioramento dei corpi e la carenza di spazi adeguati hanno però creato anche un problema sanitario. Per questo è iniziata la sepoltura delle salme non identificate, dopo il completamento delle procedure necessarie per consentire futuri confronti genetici.
È uno degli aspetti più dolorosi dell’emergenza: centinaia di persone continuano a cercare parenti e conoscenti, mentre negli ospedali e nei centri temporanei si tenta di collegare ogni reperto, fotografia o campione biologico alle denunce di scomparsa.
Ricostruzione da cinque miliardi di dollari
Alla tragedia umana si accompagna un danno economico destinato a pesare a lungo sul Nepal. Il ministro delle Finanze Swarnim Wagle ha stimato che per la ricostruzione potrebbero essere necessari tra i quattro e i cinque miliardi di dollari. Si tratta di una valutazione iniziale, formulata mentre il censimento delle perdite è ancora in corso.
Una cifra simile rappresenterebbe quasi un decimo dell’economia nazionale. Il disastro ha colpito settori strategici come l’energia idroelettrica, i trasporti e il turismo, oltre a distruggere abitazioni, scuole, strutture sanitarie e attività produttive. Più del 12 per cento della capacità nazionale di generazione elettrica sarebbe stato interessato dalle conseguenze dell’alluvione.
“È solo una stima. Le perdite e i danni sono ancora in fase di valutazione”, ha precisato Wagle. L’impegno finanziario dovrà dunque procedere parallelamente all’assistenza immediata: prima salvare vite e garantire condizioni dignitose agli sfollati, poi ricostruire collegamenti, impianti e comunità.
L’alluvione in Nepal e Tibet non è soltanto una calamità misurabile attraverso il numero delle vittime o il valore delle infrastrutture distrutte. È una ferita aperta nel cuore dell’Himalaya, dove confini, montagne e isolamento rendono ogni soccorso più difficile. La priorità resta trovare i dispersi. Subito dopo verrà il tempo della ricostruzione, che richiederà risorse internazionali, cooperazione regionale e soprattutto la capacità di non lasciare sole le popolazioni travolte dalla catastrofe.