Dalla leggendaria “Freccia del Sud” al re olimpico dei 100 metri: due campioni, due epoche e un’unica straordinaria eredità che continua a ispirare generazioni di atleti italiani
Ci sono imprese sportive che rimangono impresse negli archivi delle statistiche e altre che, invece, riescono a superare i confini del tempo per trasformarsi in autentici simboli collettivi. Sono quelle vittorie che non appartengono soltanto agli atleti che le hanno conquistate, ma a un intero Paese che, attraverso di esse, ha trovato un motivo di orgoglio, una ragione per credere nei propri sogni e la dimostrazione concreta che anche ciò che sembra impossibile può diventare realtà.
La storia dell’atletica italiana è costellata di campioni straordinari, ma pochi hanno lasciato un segno profondo quanto Pietro Mennea e Marcell Jacobs. Pur appartenendo a generazioni lontane tra loro, pur essendo cresciuti in contesti sociali, culturali e sportivi completamente differenti, i due velocisti sono legati da un filo invisibile che attraversa oltre quarant’anni di storia nazionale. Quel filo è fatto di sacrificio, determinazione, coraggio e capacità di sfidare pronostici che apparivano già scritti.

Quando Pietro Mennea nacque a Barletta il 28 giugno 1952, l’Italia stava vivendo una fase di profonda trasformazione. Il Paese cercava di lasciarsi definitivamente alle spalle le ferite del dopoguerra e guardava con fiducia verso il futuro. In quel contesto, nessuno avrebbe potuto immaginare che il figlio di un modesto sarto sarebbe diventato uno dei più grandi velocisti della storia dell’atletica mondiale, capace di competere e vincere contro avversari provenienti dalle nazioni che tradizionalmente dominavano la velocità.
Mennea non possedeva le caratteristiche fisiche che normalmente vengono associate a uno sprinter. Non aveva la potenza muscolare dei campioni americani né la naturale esplosività degli atleti caraibici. Ciò che lo distingueva era qualcosa di molto più raro: una volontà incrollabile e una capacità quasi sovrumana di sopportare la fatica. Fu proprio questa combinazione di talento e sacrificio a conquistare l’attenzione del professor Carlo Vittori, il tecnico che avrebbe trasformato quel giovane pugliese in una leggenda dello sport mondiale.
Gli allenamenti ai quali Mennea si sottoponeva sono ancora oggi entrati nella mitologia dello sport italiano. Ore e ore trascorse in pista, migliaia di metri percorsi ogni settimana, ripetute massacranti affrontate con una determinazione che lasciava increduli compagni e avversari. Non era raro che terminasse una seduta completamente esausto, ma ciò che colpiva chiunque lo osservasse era la sua capacità di tornare il giorno successivo con la stessa fame e la stessa determinazione. Da qui nacque il soprannome che lo avrebbe accompagnato per tutta la carriera: “la macchina da guerra”.

Il momento destinato a consegnarlo definitivamente alla leggenda arrivò il 12 settembre 1979, durante le Universiadi di Città del Messico. Quella sera, a oltre duemila metri di altitudine, Pietro Mennea realizzò una delle imprese più straordinarie mai compiute da un atleta europeo. Correndo i 200 metri in 19 secondi e 72 centesimi, stabilì il nuovo record del mondo, abbattendo una barriera che sembrava irraggiungibile e lasciando attonito l’intero panorama internazionale dell’atletica.
La straordinarietà di quel risultato emerge ancora di più se osservata attraverso la lente della storia. Quel primato, infatti, resistette per quasi diciassette anni prima di essere migliorato dall’americano Michael Johnson e continua ancora oggi a rappresentare il record europeo della distanza. In un’epoca caratterizzata da piste sempre più veloci, tecnologie avanzate e metodologie di allenamento scientificamente evolute, nessun atleta europeo è riuscito a correre più velocemente di quanto fece Mennea quella sera a Città del Messico.
Ma ridurre la sua grandezza a un semplice numero sarebbe un errore. Pietro Mennea rappresentò molto più di un primatista mondiale. Fu il simbolo di un’Italia che desiderava dimostrare di poter competere ai massimi livelli internazionali anche in discipline tradizionalmente dominate da altre nazioni. La sua vittoria olimpica nei 200 metri ai Giochi di Mosca del 1980 consolidò ulteriormente questo ruolo, regalando al Paese una delle immagini più iconiche della sua storia sportiva: quella della “Freccia del Sud” che rimonta gli avversari nel rettilineo finale e taglia il traguardo per primo, alzando il dito al cielo in un gesto destinato a diventare eterno.
Quarantuno anni dopo, in una notte d’estate dall’altra parte del mondo, un altro atleta italiano avrebbe scritto una pagina destinata a entrare nella leggenda.
Il 1° agosto 2021, nello stadio olimpico di Tokyo, Marcell Jacobs si presentò ai blocchi di partenza della finale dei 100 metri sapendo di avere già compiuto qualcosa che nessun italiano era mai riuscito a fare. La semplice qualificazione alla finale rappresentava infatti un risultato storico. Eppure ciò che stava per accadere avrebbe superato qualsiasi immaginazione.
Mentre gli occhi del mondo erano puntati sui favoriti annunciati della vigilia, Jacobs riuscì a mantenere una calma sorprendente. Lo starter diede il via e, nel giro di meno di dieci secondi, la storia dell’atletica italiana cambiò per sempre. Con il tempo di 9″80, il velocista azzurro conquistò la medaglia d’oro olimpica nella gara più prestigiosa dell’intero programma olimpico, diventando il primo italiano a essere incoronato uomo più veloce del mondo.
In quel preciso istante, milioni di italiani provarono la stessa sensazione che avevano vissuto decenni prima osservando le imprese di Pietro Mennea. Era la consapevolezza di assistere a qualcosa che sembrava impossibile fino a pochi anni prima. Jacobs non aveva soltanto vinto una gara. Aveva abbattuto un confine mentale, dimostrando che anche l’Italia poteva dominare la disciplina simbolo dell’atletica mondiale.
La sua straordinaria avventura olimpica non si concluse con quella vittoria. Pochi giorni più tardi, insieme a Lorenzo Patta, Eseosa Desalu e Filippo Tortu, conquistò anche l’oro nella staffetta 4×100, completando una delle settimane più memorabili nella storia dello sport italiano.
Guardando oggi le carriere di Pietro Mennea e Marcell Jacobs, appare evidente come il secondo rappresenti, in qualche modo, l’erede ideale del primo. Mennea aprì una strada che sembrava impossibile percorrere, dimostrando che un atleta italiano poteva diventare il più veloce del mondo. Jacobs ha raccolto quella eredità e l’ha portata nel XXI secolo, trasformando un sogno che per decenni era apparso irraggiungibile in una splendida realtà.
Le loro storie raccontano due Italie diverse ma ugualmente affamate di riscatto e di successo. Due uomini diversi per carattere, origine e percorso personale, ma accomunati dalla stessa straordinaria capacità di sfidare i limiti imposti dagli altri e, soprattutto, quelli imposti da sé stessi. Ed è proprio per questo che, ancora oggi, i loro nomi continuano a occupare un posto speciale nella memoria collettiva del Paese: perché non rappresentano soltanto due campioni, ma la prova vivente che il talento, quando incontra il sacrificio e la determinazione, può davvero cambiare la storia.