San Francesco torna a teatro: 800 anni dopo parla ancora al nostro presente

“Fratello Sole, Sorella Luna”, dal film di Franco Zeffirelli alla scena contemporanea: Giulio Pranno è Francesco e Ksenia Borzak interpreta Chiara. A ottocento anni dalla morte del Santo, il teatro riscopre la forza di un messaggio fondato su fraternità, pace, povertà e rapporto con il creato.

Ci sono figure che appartengono alla storia e altre che, pur provenendo da un tempo remoto, sembrano periodicamente uscire dalle pagine dei libri per interrogare il presente. San Francesco d’Assisi appartiene a questa seconda categoria. A ottocento anni dalla sua morte, avvenuta nel 1226, la sua vicenda torna a vivere sulla scena con “Fratello Sole, Sorella Luna”, versione teatrale dell’opera cinematografica di Franco Zeffirelli, affidata alla regia di Piero Maccarinelli e interpretata da Giulio Pranno nel ruolo di Francesco e Ksenia Borzak in quello di Chiara.

È un ritorno che coincide con le celebrazioni dell’ottavo centenario della morte del Santo e che inevitabilmente supera la dimensione commemorativa. Francesco continua a porre domande sorprendentemente vicine alla sensibilità contemporanea: sul rapporto tra ricchezza e libertà, tra individuo e potere, tra spiritualità e istituzioni, tra essere umano e natura. E soprattutto sulla possibilità di costruire relazioni fondate sulla fraternità in una società attraversata dalle divisioni.

Lo spettacolo nasce dalla sceneggiatura originale firmata da Franco Zeffirelli, Suso Cecchi D’Amico e Lina Wertmüller, trasformata per il teatro dalla drammaturga Angela Demattè. La regia è di Piero Maccarinelli. Non una semplice riproduzione del film del 1972, dunque, ma il passaggio di una storia da un linguaggio all’altro, dalla potenza dell’immagine cinematografica alla presenza fisica dell’attore davanti al pubblico.

Dal film di Zeffirelli al palcoscenico

“Fratello Sole, Sorella Luna” è legato nell’immaginario collettivo al film che Franco Zeffirelli realizzò nel 1972, costruendo un Francesco giovane, inquieto, radicale nella propria ricerca spirituale. La pellicola ottenne un David di Donatello e fu candidata all’Oscar per la scenografia; soprattutto, lasciò una traccia duratura grazie alla sua forza visiva e alla componente musicale.

Portare quell’opera a teatro significa confrontarsi con una memoria culturale già consolidata senza rimanerne prigionieri.

Angela Demattè lavora sulla sceneggiatura originaria per costruire una versione destinata alla scena, mentre Maccarinelli trasferisce il racconto nella dimensione teatrale attraverso un impianto che intreccia recitazione e canto. Le musiche legate all’opera cinematografica vengono rielaborate da Alessandro Nidi, autore anche di nuove composizioni per il progetto. Le fonti ufficiali della produzione indicano inoltre le musiche originali di Riz Ortolani e Donovan.

È precisamente in questo passaggio che l’operazione acquista interesse: il teatro non dispone del montaggio cinematografico né della capacità della macchina da presa di costruire primi piani e paesaggi. Ha però qualcosa che il cinema non possiede nella stessa forma: la contemporaneità fisica tra chi racconta e chi ascolta.

Francesco torna così a essere un uomo davanti ad altri uomini.

Giulio Pranno e Ksenia Borzak: Francesco e Chiara

Al centro della rappresentazione ci sono Giulio Pranno e Ksenia Borzak, rispettivamente nei ruoli di Francesco e Chiara. Accanto a loro partecipano Massimo Wertmüller e Fabrizia Sacchi, mentre il cast comprende Gabriele Cicirello nel ruolo di Deodato, Antonio Iorio in quello di Paolo, Edoardo Raiola come Bernardo, Andrea Galasso come Giocondo ed Eduardo Sacchi nel ruolo di Silvestro.

Le scenografie sono firmate da Francesco Sereni, i costumi da Daniele Gelsi, mentre il disegno luci è di Javier Delle Monache. Il progetto vede inoltre l’amichevole contributo di Tullio Solenghi. La produzione è indicata da Agidi come una coproduzione di International Music and Arts, Agidi e Fondazione Sipario Toscana Onlus – La Città del Teatro, con il patrocinio del Comitato nazionale per la celebrazione dell’ottavo centenario della morte di San Francesco d’Assisi.

Il racconto si concentra sugli anni giovanili di Francesco. Secondo la presentazione della prima nazionale, la vicenda attraversa il periodo compreso tra il 1202 e il 1209, arrivando fino al viaggio a Roma e all’incontro con papa Innocenzo III.

È una scelta narrativa significativa perché consente di incontrare Francesco prima della piena cristallizzazione dell’icona.

Prima del santo c’è il giovane.

Prima della figura consegnata alla storia c’è un uomo che attraversa una crisi, riconsidera ciò che fino a quel momento aveva dato per acquisito e sceglie una direzione capace di produrre conseguenze radicali sulla propria esistenza.

San Francesco, la radicalità di una scelta

Il Francesco raccontato dall’opera compie un gesto che, letto nel contesto della società medievale, possiede una forza dirompente: rinuncia ai privilegi della propria condizione e cerca una vita essenziale, fondata sulla povertà e sul rapporto diretto con gli altri.

È proprio qui che la distanza di otto secoli comincia ad accorciarsi.

Non perché il Medioevo possa essere sovrapposto al XXI secolo. Sarebbe storicamente improprio. Le strutture economiche, politiche, religiose e sociali sono profondamente differenti. Eppure alcune delle domande poste dalla vicenda francescana hanno attraversato i secoli.

Quanto serve davvero per vivere?

Che rapporto esiste tra possesso e libertà?

Qual è il confine tra successo sociale e realizzazione personale?

Come si guarda chi rimane ai margini?

Quale responsabilità ha l’essere umano nei confronti del mondo naturale?

Sono interrogativi che il teatro può riproporre senza trasformare Francesco in un personaggio contemporaneo. La sua forza risiede precisamente nella distanza storica: osservare il presente attraverso qualcuno che appartiene a un sistema di valori e a un’epoca completamente diversi può rendere più visibili contraddizioni che la consuetudine quotidiana tende a nascondere.

Ottocento anni dopo, perché Francesco parla ancora di “oggi”

Il 2026 segna gli ottocento anni dalla morte di San Francesco, e “Fratello Sole, Sorella Luna” nasce esplicitamente all’interno di questa ricorrenza. Ma un anniversario, quando riguarda una figura di tale portata, rischierebbe di ridursi a celebrazione se non fosse accompagnato dalla capacità di interrogare ciò che quella figura rappresenta ancora.

Francesco continua invece a possedere una straordinaria capacità di attraversamento.

La fraternità, innanzitutto.

Il progetto teatrale pone esplicitamente al centro il messaggio universale di fraternità e pace del Santo. Non sono concetti ornamentali nella vicenda francescana, ma elementi che definiscono un modo di concepire la relazione con l’altro.

Poi il rapporto con il creato.

Nella rappresentazione, la contemplazione della natura è legata a una gratitudine profonda nei confronti della vita. Le presentazioni ufficiali dello spettacolo sottolineano proprio questo sguardo sul creato, capace di trasformare la meraviglia in un elemento centrale dell’esperienza di Francesco.

Letto oggi, questo aspetto assume inevitabilmente risonanze ulteriori. Non perché Francesco possa essere retroattivamente trasformato in un ambientalista contemporaneo — sarebbe una semplificazione storica — ma perché la sua concezione del rapporto tra uomo e natura sottrae il creato alla sola logica dell’utilità.

Il mondo non appare esclusivamente come qualcosa da possedere.

È qualcosa con cui entrare in relazione.

La povertà francescana e la società del possesso

Tra gli elementi più difficili da affrontare senza banalizzazioni c’è la povertà.

Nel racconto francescano essa non coincide semplicemente con l’indigenza. È una scelta spirituale e materiale attraverso la quale Francesco rompe con la logica sociale dalla quale proviene.

Trasferita sulla scena contemporanea, questa scelta produce inevitabilmente un cortocircuito.

La nostra società attribuisce al consumo, al possesso e all’esibizione dello status un ruolo profondamente diverso rispetto al mondo medievale. Sarebbe improprio costruire parallelismi automatici, ma proprio la distanza rende la domanda ancora più interessante: che cosa accade quando un uomo decide volontariamente di rinunciare a ciò che gli garantisce posizione, sicurezza e riconoscimento?

Francesco non propone una teoria economica moderna. Compie una scelta personale e religiosa.

Ed è la radicalità del gesto, prima ancora della sua possibile interpretazione, a continuare a provocare lo spettatore.

Il teatro può restituire questa dimensione meglio di una lettura puramente celebrativa perché mostra il costo umano delle decisioni: il conflitto con la famiglia, l’incomprensione della comunità, la rottura con le convenzioni e la necessità di trasformare un’intuizione individuale in una forma concreta di esistenza.

Chiara, una presenza che supera il ruolo di comprimaria

Accanto a Francesco emerge la figura di Chiara.

Nella costruzione dello spettacolo, Chiara condivide il percorso attraverso gesti concreti di solidarietà e partecipa alla costruzione di San Damiano come luogo di accoglienza.

La presenza di Ksenia Borzak consente quindi al racconto di svilupparsi attraverso un secondo sguardo.

Chiara non è semplicemente una figura collocata accanto al protagonista maschile. La storia francescana rende evidente l’esistenza di un percorso autonomo, destinato a lasciare a sua volta una traccia profonda nella storia religiosa.

Nel teatro, il rapporto tra Francesco e Chiara può diventare così una relazione tra due scelte che si riconoscono reciprocamente.

Una dimensione importante anche dal punto di vista drammaturgico: Francesco non viene isolato nella propria eccezionalità, ma inserito in una comunità che progressivamente prende forma attorno alla forza del suo esempio.

Il conflitto con il proprio tempo

Ogni figura che attraversa davvero la storia ha conosciuto, prima della celebrazione, l’incomprensione.

Anche questo elemento emerge dal racconto teatrale. La scelta di Francesco provoca scandalo e incontra resistenze. La comunità fatica inizialmente a comprendere la sua trasformazione; successivamente alcuni giovani vengono conquistati dal suo esempio e decidono di seguirlo.

È uno degli aspetti più interessanti dell’intera vicenda.

Oggi conosciamo il risultato storico. Conosciamo Francesco come Santo, patrono d’Italia e figura riconosciuta ben oltre i confini del cattolicesimo. Guardandolo retrospettivamente, il rischio è considerare inevitabile ciò che inevitabile non era.

Il teatro può restituire l’incertezza.

Può mostrare un giovane nel momento in cui le conseguenze delle sue scelte non sono ancora conosciute. Non c’è ancora l’immagine sedimentata nei secoli. Non c’è ancora il Francesco dei monumenti, delle chiese, della pittura, della letteratura e della memoria collettiva.

C’è un uomo che decide.

E intorno a lui ci sono persone che devono scegliere se considerarlo un folle, un ribelle, un visionario o qualcuno da seguire.

Il viaggio verso Roma e il rapporto con la Chiesa

La vicenda conduce Francesco fino a Roma e al confronto con papa Innocenzo III. La narrazione dello spettacolo presenta questo incontro come un passaggio decisivo nel riconoscimento del percorso intrapreso dal giovane di Assisi e dai suoi compagni.

Anche qui emerge una tensione destinata ad accompagnare la storia francescana: quella tra radicalità evangelica e struttura istituzionale.

Francesco non costruisce la propria esperienza semplicemente contro l’istituzione ecclesiastica. Il suo percorso cerca un riconoscimento, ma allo stesso tempo porta dentro quella relazione la radicalità della povertà e dell’essenzialità.

Sul piano teatrale è un conflitto particolarmente fertile.

Da una parte l’autorità, dall’altra la testimonianza personale; da una parte le forme dell’istituzione, dall’altra un’esperienza religiosa che tenta di recuperare l’essenzialità.

Sono dimensioni che appartengono al contesto medievale, ma il loro confronto continua ad avere una forza narrativa comprensibile anche per il pubblico contemporaneo.

Le musiche come ponte tra memoria e nuova scena

Un elemento fondamentale di “Fratello Sole, Sorella Luna” rimane la musica.

Il progetto conserva il legame con l’universo musicale dell’opera cinematografica, affidando ad Alessandro Nidi il compito di rielaborarne le musiche per il teatro e di integrarle con nuove composizioni. Le fonti dello spettacolo indicano le canzoni originali di Riz Ortolani e Donovan, mentre Nidi firma musiche e arrangiamenti originali per la nuova produzione.

È un passaggio delicato.

Per molti spettatori il film di Zeffirelli appartiene a una memoria non soltanto cinematografica ma anche sonora. Intervenire su quell’eredità significa riconoscerla senza trasformarla in un oggetto museale.

Il teatro, del resto, vive precisamente di questo equilibrio: conservare e reinventare.

Un testo sopravvive quando qualcuno torna a pronunciarlo.

Una musica sopravvive quando viene nuovamente eseguita.

Una storia continua a esistere quando una generazione decide di raccontarla a quella successiva utilizzando il proprio linguaggio.

Da Assisi alla tournée nei teatri italiani

La nuova versione di “Fratello Sole, Sorella Luna” ha debuttato in prima nazionale al Teatro Lyrick di Assisi dal 5 al 7 marzo 2026, una collocazione particolarmente significativa per un’opera dedicata al Santo della città umbra.

Il percorso prosegue nel corso del 2026 e del 2027 in diversi teatri italiani. Tra le date pubblicate figurano il Teatro Comunale Guglielmi di Massa il 4 ottobre, il Teatro Coccia di Novara il 10 e 11 ottobre, il Teatro Manzoni di Milano dal 23 al 25 ottobre, Firenze il 21 e 22 novembre, Roma dal 2 al 6 dicembre, Torino il 9 e 10 dicembre, Genova l’11 e 12 dicembre, Bologna dal 18 al 20 dicembre, oltre ad appuntamenti nel gennaio 2027.

La tournée amplia quindi il significato dell’operazione: Francesco esce simbolicamente da Assisi e incontra pubblici differenti.

È anche questa una caratteristica profonda del teatro. Ogni sera lo spettacolo rimane formalmente lo stesso, ma cambia il pubblico e, con esso, cambia la relazione.

Un Francesco sottratto alla distanza del monumento

Ottocento anni possono trasformare un essere umano in un’immagine.

È il destino delle grandi figure storiche: più cresce la loro importanza, maggiore diventa il rischio che la memoria ne cancelli la dimensione concreta. Restano il nome, i simboli, le ricorrenze, le rappresentazioni artistiche. Si attenuano invece i dubbi, le fatiche, le opposizioni e il carattere imprevedibile delle scelte.

Il teatro compie il percorso inverso.

Riporta il corpo dove la storia ha costruito il monumento.

Un attore respira, cammina, parla, cade, si rialza. Un altro essere umano gli risponde. La santità, prima di essere riconosciuta come tale, torna così a passare attraverso la fragilità della persona.

È probabilmente uno dei motivi per cui la storia di Francesco continua a essere raccontata.

Non perché otto secoli siano trascorsi invano, né perché il nostro tempo possa identificarsi con il suo. Ma perché alcune domande fondamentali resistono alle trasformazioni della società.

Che cosa rende ricca una vita?

Qual è il rapporto tra ciò che possediamo e ciò che siamo?

Fino a dove siamo disposti a riconoscere nell’altro un fratello?

E quale posto attribuiamo alla natura quando smettiamo di considerarla semplicemente uno spazio da utilizzare?

Francesco e il presente senza forzare la storia

Il rischio, quando una figura del passato torna al centro dell’attenzione, è quello di adattarla alle esigenze del presente.

Francesco non ha bisogno di questa operazione.

La sua modernità, se così la si vuole chiamare, non consiste nell’anticipare artificialmente il XXI secolo. Risiede piuttosto nella capacità di porre questioni che il XXI secolo non ha risolto.

La fraternità continua a essere difficile.

La pace continua a essere fragile.

Il rapporto tra ricchezza e disuguaglianza continua a interrogare le società.

La relazione tra essere umano e ambiente è diventata una delle grandi questioni della contemporaneità.

E il desiderio di una vita capace di sottrarsi almeno in parte alla logica dell’accumulazione e dell’apparenza continua a riemergere sotto forme diverse.

Il Francesco medievale e l’uomo contemporaneo non coincidono. Proprio per questo possono incontrarsi.

Il teatro offre lo spazio di quell’incontro senza pretendere di chiuderlo con una risposta.

Quando un anniversario diventa dialogo

L’ottavo centenario della morte di San Francesco rappresenta inevitabilmente un’occasione di memoria storica e religiosa. Ma “Fratello Sole, Sorella Luna” mostra come una ricorrenza possa diventare anche un esercizio culturale sul presente.

Il film di Zeffirelli appartiene ormai alla storia del cinema italiano. La sceneggiatura originaria di Zeffirelli, Suso Cecchi D’Amico e Lina Wertmüller viene ripresa da Angela Demattè e trasferita in una nuova forma; Piero Maccarinelli la conduce sul palcoscenico; Giulio Pranno e Ksenia Borzak restituiscono corpo e voce a Francesco e Chiara; musiche nate in un’altra stagione artistica vengono rielaborate per incontrare un nuovo pubblico.

È una catena di memoria e trasformazione.

Ed è forse questa la maniera più vitale di celebrare una figura storica: non limitarsi a ricordarla, ma consentirle nuovamente di entrare nello spazio pubblico delle domande.

A ottocento anni dalla morte, Francesco non torna quindi a teatro soltanto perché il calendario indica una ricorrenza.

Torna perché il suo gesto continua a contenere qualcosa di irrisolto.

In una società che misura spesso il valore attraverso ciò che si possiede, Francesco sceglie di spogliarsi. Dove prevale la distanza, parla di fraternità. Dove l’essere umano tende a collocarsi al centro di tutto, guarda al sole, alla luna, alla terra e agli esseri viventi come parti di una relazione più grande.

Il teatro non deve stabilire se quelle risposte possano diventare le nostre.

Gli basta fare ciò che sa fare meglio: spegnere le luci in sala, accendere il palcoscenico e lasciare che una voce proveniente da ottocento anni fa torni, per qualche ora, a parlare agli uomini e alle donne di oggi.

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