Nell’ottavo centenario della morte del Patrono d’Italia, il 4 ottobre torna festa nazionale. Il Presidente della Repubblica: dignità della persona, rispetto del Creato e pace sono fondamenti ancora attuali. Il cardinale Zuppi: «La guerra non è un destino», il dialogo e il diritto restano la strada da percorrere.
ASSISI – Ottocento anni dopo, Francesco continua a parlare al presente. Non come una figura consegnata alla sola devozione o custodita nella distanza della storia, ma come una voce capace di interrogare un tempo nuovamente attraversato dalla guerra, dalla competizione tra potenze, dalle disuguaglianze e dalla difficoltà di riconoscere nell’altro un interlocutore prima ancora che un avversario.

È questo il significato più profondo emerso ad Assisi nelle celebrazioni del 4 ottobre 2026 per San Francesco d’Assisi, nell’ottavo centenario della morte del Patrono d’Italia e nel giorno in cui la ricorrenza torna a essere festa nazionale. Al centro della giornata, la presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e la celebrazione eucaristica presieduta nella Basilica Superiore dal cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della Conferenza episcopale italiana.
Due interventi diversi per ruolo, linguaggio e prospettiva, ma attraversati da un medesimo filo: la necessità di sottrarre Francesco alla dimensione puramente celebrativa per restituirgli la forza di una domanda rivolta all’uomo contemporaneo.
Mattarella ha indicato nella dignità della persona, nel rispetto del Creato e nella pace alcuni dei fondamenti più attuali dell’insegnamento francescano. Zuppi ha rivolto invece un richiamo netto contro quella che ha definito la «cultura della potenza», ricordando che la guerra non costituisce un destino inevitabile dell’umanità.
Ad Assisi, dunque, non si è celebrato soltanto un anniversario. Si è misurata la distanza — e insieme la sorprendente vicinanza — tra il XIII secolo di Francesco e le inquietudini del XXI.
San Francesco, ottocento anni dopo una voce ancora contemporanea
Nel suo intervento dalla Loggia del Sacro Convento, Mattarella ha ricostruito la grandezza di una figura la cui influenza, a otto secoli dalla morte, continua ad andare oltre i confini dell’Italia e dello stesso cristianesimo.
Il Capo dello Stato ha definito Francesco profeta di pace, amore e rispetto del Creato, sottolineando come il suo insegnamento costituisca un patrimonio universale capace di parlare a credenti e non credenti, cristiani e fedeli di altre religioni.
È un passaggio essenziale per comprendere il senso istituzionale assunto dalla celebrazione.
Francesco appartiene certamente alla storia religiosa italiana ed europea, ma la sua eredità ha superato da tempo quel perimetro. Il suo rapporto con la povertà, l’attenzione agli ultimi, la fraternità, la cura del Creato e la ricerca del dialogo sono diventati categorie culturali capaci di incontrare sensibilità molto differenti.
La forza del messaggio francescano risiede forse proprio in questa capacità di attraversare i secoli senza perdere la propria radicalità.
Perché il Francesco ricordato ad Assisi non è una figura innocua. È l’uomo che abbandona le prospettive del benessere familiare, rinuncia alla ricchezza e sceglie deliberatamente una vita fondata sulla povertà evangelica. Una decisione che Mattarella ha definito radicale e sconvolgente agli occhi del mondo del suo tempo.
Mattarella: la scelta radicale di Francesco parla al presente
Il Presidente della Repubblica ha insistito proprio sul significato di quella scelta.
Il giovane Francesco avrebbe potuto seguire la strada dei commerci paterni e inserirsi pienamente nel sistema economico e sociale della propria epoca. Scelse invece di capovolgere la gerarchia dei valori: la ricchezza nella rinuncia ai beni, il coraggio nell’abbandono della spada, la nobiltà nel servizio ai poveri e agli ammalati.
Non fu una fuga dal mondo, ma un modo differente di entrarvi.
È in questa prospettiva che la lezione francescana acquista un significato che supera la ricorrenza religiosa. Mattarella ha ricordato come la povertà scelta dal Santo rappresentasse una concreta rottura con l’idolatria del denaro, mentre la sua umiltà non coincideva con ingenuità o debolezza.
Una distinzione importante.
Nel linguaggio contemporaneo la mitezza rischia talvolta di essere confusa con la rinuncia, l’umiltà con la marginalità, la ricerca della mediazione con l’incapacità di assumere una posizione. La vicenda francescana mostra una dinamica differente: la rinuncia alla forza non implica l’assenza di coraggio e la povertà non equivale alla passività.
Francesco compie una scelta personale estrema e, proprio attraverso quella scelta, lascia un’impronta destinata a sopravvivere per otto secoli.
Dignità, Creato e pace: i tre richiami del Presidente
Mattarella ha individuato tre dimensioni dell’insegnamento francescano particolarmente significative per il nostro tempo: la dignità di ogni persona, il rispetto del Creato e la pace.
Sono temi differenti, ma profondamente collegati.
La dignità della persona implica il rifiuto dell’emarginazione e della logica secondo cui il valore di un essere umano dipenderebbe dalla sua forza, dalla ricchezza, dall’utilità sociale o dall’appartenenza.
Il rapporto con il Creato introduce invece una concezione della natura che non la riduce a semplice risorsa da sfruttare. Mattarella ha ricordato come Francesco vivesse in un’epoca che non conosceva le grandi emergenze ambientali contemporanee — dall’inquinamento al riscaldamento del pianeta — e tuttavia guardasse all’ambiente con una sensibilità straordinaria.
L’acqua del Cantico delle Creature è «utile et humile», «pretiosa et casta». Il lupo, simbolo del pericolo, non viene eliminato: viene ammansito. La natura non è sfondo passivo dell’esistenza umana, ma parte di una relazione.
È anche per questo che Francesco ha assunto una rilevanza crescente nella sensibilità ecologica contemporanea.
Ma sarebbe riduttivo, ha avvertito Mattarella, trasformarlo semplicemente in un ecologista o in un pacifista ante litteram. La sua azione nasce infatti da una radice religiosa precisa, dalla fede e dal Vangelo. Separare completamente gli effetti sociali del francescanesimo dalla loro origine spirituale significherebbe restituire un’immagine incompleta del Santo.
Francesco e il dialogo con il sultano
Tra gli episodi richiamati dal Presidente della Repubblica assume particolare forza quello dell’incontro, nel 1219, durante la quinta crociata, tra Francesco e il sultano al-Malik al-Kamil.
Francesco attraversò le linee e incontrò il sovrano musulmano in Egitto. Il suo intento religioso non raggiunse il risultato sperato, ma quell’incontro rimase nella storia per un’altra ragione: davanti all’uomo identificato dal proprio mondo come nemico, Francesco riconobbe innanzitutto una persona.
Mattarella ha sottolineato come quel gesto non abbia fermato il conflitto né cancellato la violenza. Ha però indicato un atteggiamento di dialogo e rispetto eccezionalmente innovativo nel contesto dell’epoca.
È forse qui che la celebrazione di Assisi ha incontrato con maggiore evidenza l’attualità internazionale.
Il mondo del 2026 continua a conoscere guerre, rivalità geopolitiche, violenze e contrapposizioni nelle quali identità nazionali, culturali e religiose possono diventare strumenti di divisione.
Mattarella ha richiamato con parole severe proprio questo rischio, ricordando che oggi vi sono conflitti in diverse parti del mondo e che talvolta si torna persino a benedire le armi o a collocare gli eserciti sotto insegne religiose.
Da Francesco, secondo il Presidente, arriva una lezione inequivocabile: non si può uccidere un altro uomo nel nome di Dio.
Zuppi: «La guerra non è un destino»
Se il discorso del Capo dello Stato ha collocato Francesco dentro una prospettiva storica, civile e istituzionale, l’omelia del cardinale Matteo Zuppi ha assunto il tono di un appello diretto alla coscienza contemporanea.
Il presidente della CEI ha parlato di una stagione nella quale l’uomo rischia di essere sedotto da una «cultura della potenza», alimentata, secondo le sue parole, anche da interessi economici, nazionalismi e meccanismi capaci di costruire il nemico invece di cercare ciò che unisce.
Il riferimento al presente è esplicito.
Zuppi ha ricordato che tanto il mondo di Francesco quanto quello contemporaneo sono segnati dalle guerre, ma ha posto al centro un’affermazione destinata a rappresentare uno dei passaggi più significativi della giornata di Assisi: la guerra non è un destino.
Non è un’affermazione che neghi la complessità dei conflitti o le responsabilità politiche e militari. È piuttosto il rifiuto dell’idea che la violenza debba essere accettata come condizione inevitabile della storia umana.
Per Zuppi, Francesco indica una strada fondata sul dialogo e sul diritto. La pace, nella prospettiva espressa dal cardinale, non nasce dalla semplice moltiplicazione degli strumenti della forza, ma dalla capacità di costruire relazioni e condizioni nelle quali il conflitto possa trovare un’altra via.
Il Francesco “disarmato” e la forza del dialogo
Nell’omelia torna anche uno degli episodi più conosciuti della tradizione francescana: il lupo di Gubbio.
Zuppi ne ha offerto una lettura che supera la dimensione del racconto popolare. Francesco non elimina il lupo: lo chiama fratello, entra in relazione con lui, negozia e tenta di ricomporre la frattura tra l’animale e la comunità.
È una metafora potente proprio perché non cancella l’esistenza del pericolo.
Il lupo rimane lupo. Il problema esiste. La paura della comunità è reale. E tuttavia la soluzione proposta dal racconto francescano non coincide con l’annientamento dell’altro.
Zuppi ha insistito sulla condizione di un Francesco che si spoglia di tutto per essere «disarmato», chiarendo che essere disarmati non significa essere cedevoli, accomodanti o irrilevanti.
Qui si incontra uno dei punti più delicati del messaggio pronunciato ad Assisi.
La pace non viene descritta come assenza di responsabilità o come indifferenza davanti al male. È presentata piuttosto come un lavoro difficile, che richiede coraggio, diritto, dialogo e capacità di riconoscere nell’altro una persona.
Una prospettiva che trova una significativa corrispondenza con il richiamo di Mattarella all’incontro tra Francesco e il sultano.
Assisi e la lampada votiva dei Comuni d’Italia
La dimensione nazionale della giornata è stata rappresentata anche dall’accensione della lampada votiva che arde presso la tomba di San Francesco.
Nella Basilica Papale, Mattarella ha assistito alla Santa Messa celebrata da Zuppi e all’accensione della lampada da parte del sindaco di Assisi, Valter Stoppini, in rappresentanza dei Comuni italiani.
Il programma predisposto per l’ottavo centenario aveva attribuito alla ricorrenza un carattere particolare: la Città di Assisi, attraverso il proprio sindaco, è stata chiamata a rappresentare simbolicamente l’intero popolo italiano nel gesto della lampada votiva.
Un simbolo religioso, certamente, ma anche civile.
La luce davanti alla tomba del Santo diventa così immagine di un patrimonio che l’Italia riconosce come parte della propria identità storica e culturale.
Non casualmente il 4 ottobre 2026 assume anche un significato istituzionale specifico con il ritorno della ricorrenza di San Francesco come festa nazionale.
Francesco nella storia culturale italiana
Nel suo intervento Mattarella ha dedicato spazio anche all’importanza di Francesco nella costruzione della cultura italiana.
Il richiamo al Cantico delle Creature porta inevitabilmente alle origini della nostra tradizione letteraria. Francesco sceglie il volgare per comunicare e predicare, contribuendo con il Cantico alle prime grandi espressioni poetiche della lingua italiana.
Il Presidente ha ricordato anche la rappresentazione della Natività a Greccio e l’influenza esercitata dalla devozione francescana sullo sviluppo delle forme teatrali religiose medievali.
L’impronta del francescanesimo, tuttavia, non appartiene soltanto alla letteratura o alla spiritualità.
Le comunità francescane portarono la vita religiosa dentro il tessuto urbano e sociale, avvicinandosi agli ultimi e contribuendo allo sviluppo di nuove forme di solidarietà e di relazione. Mattarella ha indicato per questo Francesco anche come un precursore dei cosiddetti santi sociali.
La sua presenza nella cultura europea si è poi moltiplicata attraverso pittura, architettura, letteratura, teatro, cinema e musica.
Pochissime figure medievali possiedono una simile capacità di continuare a essere reinterpretate da epoche tanto lontane tra loro.
Il rischio di trasformare Francesco in un’icona innocua
Proprio questa universalità contiene tuttavia un rischio: quello di semplificare Francesco fino a renderlo compatibile con qualsiasi sensibilità, privandolo della parte più esigente della sua esperienza.
Il discorso di Mattarella ha evitato questa lettura.
La povertà francescana non è un generico elogio della semplicità. È una scelta che rompe con l’idolatria del denaro. La pace non è una parola ornamentale. Francesco depone la spada e attraversa le linee di una guerra. La vicinanza agli ultimi non è beneficenza distante, ma relazione personale con chi la società del tempo respinge.
Lo dimostra l’episodio del bacio al lebbroso ricordato dal Presidente: un gesto che sovverte le barriere sociali e simboliche dell’epoca, cancellando la distanza tra chi offre aiuto e chi lo riceve.
È precisamente questa radicalità a rendere Francesco contemporaneo.
Non perché abbia anticipato tutte le categorie politiche, sociali o ambientaliste del nostro tempo, ma perché costringe ancora oggi a interrogarsi sulla gerarchia dei valori.
Che cosa consideriamo ricchezza? Dove collochiamo il limite della forza? Quanto siamo disposti a riconoscere dignità all’altro quando l’altro è povero, fragile, straniero o persino nemico?
Sono domande che attraversano otto secoli senza perdere consistenza.
La pace come responsabilità, non come formula
Il messaggio emerso da Assisi assume un peso particolare perché pronunciato mentre il quadro internazionale rimane segnato da conflitti e tensioni.
La pace, nei discorsi della giornata, non appare come una formula cerimoniale.
Zuppi ha parlato della necessità di essere operatori e «architetti» di pace, contrapponendo la forza del diritto al diritto della forza.
Mattarella ha invece collocato il tema dentro la testimonianza storica di Francesco, ricordando che il Santo seppe riconoscere un fratello persino nell’interlocutore appartenente al campo avversario.
Le due prospettive convergono su un punto essenziale: la pace presuppone il riconoscimento dell’umanità dell’altro.
È probabilmente una delle lezioni più difficili da accogliere, soprattutto quando il conflitto ha già prodotto vittime, dolore, rancore e paura. Ma proprio per questo la figura di Francesco conserva una forza che non dipende dalla distanza cronologica.
La sua non è la pace di chi ignora il conflitto. È la pace di chi decide di attraversarlo senza assumere l’odio come linguaggio definitivo.
La festa nazionale e il significato civile del 4 ottobre
Il ritorno del 4 ottobre come festa nazionale conferisce alla celebrazione un valore che supera la dimensione strettamente religiosa.
Francesco è Patrono d’Italia insieme a Santa Caterina da Siena e appartiene a una storia che ha contribuito profondamente alla formazione dell’identità culturale nazionale.
La presenza del Presidente della Repubblica, dei rappresentanti istituzionali e delle realtà territoriali ha dato alla giornata il carattere di una celebrazione dell’intero Paese. Il programma dell’ottavo centenario ha coinvolto rappresentanti delle istituzioni e della Chiesa e ha previsto il messaggio di Mattarella dalla Loggia del Sacro Convento dopo la celebrazione eucaristica.
È significativo che proprio nell’anno dell’ottavo centenario l’Italia torni a fermarsi ufficialmente il 4 ottobre.
Le festività civili raccontano infatti anche ciò che una comunità decide di ricordare collettivamente. In questo caso, al centro non vi è una vittoria militare, una conquista territoriale o l’affermazione di una potenza, ma un uomo che rinunciò alla ricchezza, depose simbolicamente la spada e scelse di chiamare fratello persino ciò che incuteva paura.
In questa apparente contraddizione risiede forse uno degli elementi più profondi della giornata.
Mattarella: il “sole di Francesco” illumini il mondo
La conclusione dell’intervento del Presidente della Repubblica ha riportato ancora una volta lo sguardo sul presente.
Richiamando parole pronunciate da Papa Leone XIV sui tempi segnati da violenza, manipolazione e arroganza, Mattarella ha espresso l’auspicio che il «sole di Francesco» possa illuminare il mondo e indicare la strada della pace, della speranza e della convivenza fraterna.
L’immagine del sole non è casuale.
Mattarella ha ricordato Dante, che nell’undicesimo canto del Paradiso descrive Francesco attraverso la metafora di una luce sorta per il mondo.
Ottocento anni dopo la morte del Santo, quella luce viene nuovamente evocata da Assisi mentre il presente sembra spesso muoversi nella direzione opposta: riarmo, contrapposizioni, nazionalismi, violenze, fratture sociali.
È proprio questa distanza a rendere la lezione francescana meno consolatoria e più impegnativa.
Da Assisi una domanda rivolta al nostro tempo
Le celebrazioni del 4 ottobre 2026 consegnano dunque all’Italia qualcosa di più di una memoria.
Francesco non offre ricette politiche per i conflitti contemporanei, né la sua esperienza medievale può essere trasferita meccanicamente dentro la complessità delle relazioni internazionali del XXI secolo. Lo stesso Mattarella ha ricordato come il Santo non proponesse una risposta politica alle ingiustizie del proprio tempo.
La sua forza opera a un livello differente e forse ancora più profondo: quello dei principi attraverso i quali una società decide di interpretare il potere, la ricchezza, la dignità, la natura e il rapporto con il nemico.
Francesco pone davanti alla forza la responsabilità; davanti all’accumulo la sobrietà; davanti all’esclusione la fraternità; davanti alla distruzione del Creato il rispetto; davanti alla guerra la possibilità del dialogo.
Non elimina la complessità della storia. La rende moralmente più esigente.
Per questo, otto secoli dopo quella notte del 1226, Assisi non custodisce soltanto il ricordo di un uomo appartenuto al Medioevo. Custodisce una domanda ancora aperta.
La stessa che, con linguaggi differenti, Mattarella e Zuppi hanno riportato al centro della festa nazionale: se la pace non può essere considerata semplicemente un auspicio, quale responsabilità siamo disposti ad assumerci per costruirla?
È qui che San Francesco smette di appartenere soltanto alla storia e torna, ancora una volta, a parlare all’oggi.