Ci sono promesse che per un adulto sembrano piccole, quasi insignificanti. Per un bambino, invece, possono rappresentare qualcosa di enorme.
«Domani andiamo al parco». «Sabato giochiamo insieme». «Quando torno dal lavoro, passiamo un po’ di tempo noi due».
Sono frasi che pronunciamo spesso senza pensarci troppo. A volte per far sorridere nostro figlio, altre per tranquillizzarlo, altre ancora perché in quel momento siamo davvero convinti di poter mantenere ciò che stiamo promettendo.
Poi arriva il giorno stabilito. Il lavoro si prolunga, siamo stanchi, abbiamo mille cose da fare. Quella promessa, che per noi era soltanto una delle tante cose dette durante la settimana, passa in secondo piano.
Ma nostro figlio se la ricorda.
Magari ha aspettato tutto il giorno. Magari ne ha parlato con gli amici. Magari ha immaginato più volte quel momento.

E quando capisce che non accadrà, spesso non riesce nemmeno a spiegare fino in fondo la propria delusione.
Perché non è soltanto una passeggiata mancata, un gioco rimandato o un regalo che non arriva. È qualcosa che riguarda la fiducia.
Noi adulti tendiamo a misurare l’importanza delle cose in base al loro valore materiale. I bambini, invece, attribuiscono spesso un valore immenso ai momenti condivisi, all’attenzione ricevuta e alla certezza che qualcuno manterrà la parola data.
Ed è proprio qui che nasce una delle responsabilità più importanti dell’essere genitori.
I figli non chiedono genitori perfetti, ma genitori di cui potersi fidare
Essere genitori non è semplice. Nessuno ci consegna un manuale quando nasce un figlio e nessuno ci insegna davvero come affrontare tutte le difficoltà che incontreremo.
Sbagliamo, ci arrabbiamo, qualche volta siamo ingiusti. Altre volte, presi dai problemi quotidiani, non ci accorgiamo nemmeno di quanto una nostra parola possa essere importante.
Ma c’è una cosa che dovremmo cercare di non dimenticare: i figli ci osservano molto più di quanto immaginiamo.
Ci osservano quando parliamo, quando ci comportiamo con gli altri, quando affrontiamo un problema. E ci osservano anche quando promettiamo qualcosa.
Possiamo spiegare loro cento volte che bisogna essere sinceri, rispettare gli impegni e non prendere in giro le persone. Ma se poi siamo noi i primi a non mantenere la parola data, quale insegnamento stiamo trasmettendo?
Un bambino non ragiona come un adulto. Non sempre comprende le difficoltà del lavoro, le preoccupazioni economiche o le responsabilità che gravano sulle spalle dei genitori.
Sa soltanto che suo padre o sua madre gli aveva promesso qualcosa.
E si era fidato.
Naturalmente, questo non significa che una promessa debba essere mantenuta a qualsiasi costo. Esistono gli imprevisti, le emergenze, le situazioni che non dipendono dalla nostra volontà.
A volte dobbiamo dire ai nostri figli che non possiamo fare ciò che avevamo programmato.
Ma anche in questi momenti possiamo insegnare qualcosa di importante.
Possiamo guardarli negli occhi, spiegare cosa è successo, chiedere scusa e, quando possibile, trovare un altro momento per mantenere quell’impegno.
Non c’è nulla di sbagliato nel dire a un figlio: «Ti avevo promesso che saremmo stati insieme e mi dispiace non esserci riuscito».
Anzi, riconoscere un errore può insegnare molto più di tante prediche.
Perché i figli non hanno bisogno di credere che i propri genitori siano infallibili. Hanno bisogno di sapere che sono sinceri.
E soprattutto hanno bisogno di sentirsi importanti.

C’è una grande differenza tra un genitore che non riesce a mantenere una promessa e uno che dimentica continuamente ciò che ha promesso.
Nel primo caso, un figlio può imparare che la vita è fatta anche di imprevisti e che non tutto dipende dalla nostra volontà.
Nel secondo, se le delusioni diventano un’abitudine, può cominciare a pensare che le parole non abbiano poi così tanto valore.
E sarebbe un peccato, perché proprio in famiglia dovremmo imparare che gli impegni si rispettano.
Pensiamo a quante volte chiediamo ai nostri figli di comportarsi bene, di studiare, di essere responsabili, di non mentire.
Pretendiamo giustamente che rispettino le regole.
Ma la prima regola dovrebbe valere anche per noi: fare il possibile per essere coerenti con quello che diciamo.
Non possiamo chiedere sincerità se abitualmente non siamo sinceri. Non possiamo pretendere rispetto se non dimostriamo rispetto. E non possiamo insegnare il valore della parola data se siamo i primi a considerarla qualcosa di trascurabile.
L’educazione, in fondo, passa soprattutto attraverso l’esempio.
E forse dovremmo imparare a promettere un po’ meno e a mantenere un po’ di più.
A volte è meglio dire «non so se riusciremo ad andare» piuttosto che assicurare qualcosa soltanto per vedere nostro figlio sorridere in quel momento.
Perché un piccolo dispiacere oggi può essere più facile da comprendere di una grande delusione domani.
Un giorno i nostri figli cresceranno. Che ricordo avranno delle nostre promesse?
C’è un aspetto dell’educazione sul quale forse riflettiamo troppo poco: i nostri figli non resteranno bambini per sempre.
Arriverà un giorno in cui non ci chiederanno più di accompagnarli al parco. Non aspetteranno più davanti alla porta il nostro ritorno dal lavoro. Non ci domanderanno più di giocare con loro.
Avranno i propri amici, i propri interessi, la propria vita.
E noi, forse, ripenseremo a tutte quelle occasioni nelle quali avremmo potuto dedicare loro un po’ più di tempo.
Non è necessario essere sempre presenti, né rinunciare al lavoro o alle proprie responsabilità. Ma è importante comprendere che, per un bambino, il tempo trascorso con un genitore può avere un valore che noi adult