di Natalina Romania

Vi sono circostanze in cui un consesso culturale supera d’impeto i confini della consuetudine per tramutarsi in una luminosa epifania di pensiero, bellezza e passione civile. È quanto accaduto nella suggestiva Aula Magna dell’Accademia di Belle Arti di Catania con l’incontro Potere alla parola: una mattinata di rara elevazione intellettuale, dove la nobiltà del racconto di cronaca e la sublime maestria dell’arte si sono fuse in una mirabile armonia.
Artefice, demiurga e cuore pulsante di questo straordinario evento è stata la professoressa Maria Liliana Nigro, autentico nume tutelare della cattedra di Storia del Costume per lo Spettacolo. Con quell’ardore intellettuale, quella generosità pedagogica e quella feconda visione curatoriale che da sempre ne contraddistinguono il magistero, la docente ha concepito e intessuto un progetto capace di infrangere gli steccati accademici. È stata la sua regia appassionata a far dialogare mondi apparentemente distanti — la trincea della cronaca, l’austerità del diritto e la grazia plastica della sartoria —, trasformando una riflessione teorica sul linguaggio in un autentico manifesto etico ed estetico.
Il dovere della testimonianza: il magistero di Giuseppe La Venia
Fulcro e baricentro ideale della mattinata è stata la vibrante testimonianza di Giuseppe La Venia, inviato speciale della Rai tra i più autorevoli, limpidi e appassionati del giornalismo contemporaneo. Con la nobile sobrietà di chi ha guardato negli occhi le lacerazioni e i drammi della storia presente, La Venia ha rapito l’uditorio spogliando la narrazione da ogni compiacimento retorico per svelarne la cruda responsabilità morale.
La sua voce ha ricordato come il mestiere del cronista abiti costantemente il confine sottile tra l’imperativo della verità e la reverenza dinanzi al dolore:
«Le parole non sono folate d’aria destinate a disperdersi: recano impresso un peso morale vertiginoso. Un termine adoperato con distrazione può offendere irreparabilmente la dignità di un innocente prima di qualunque giudizio; una parola scelta con cura, rigore e pietas possiede invece il potere sacro di strappare la tragedia all’oblio e restituire giustizia alla memoria.»
Nel dialogo denso e raffinato, moderato con vivace intelligenza critica dalla collega Chiara Lucia Germenà, la lezione di La Venia si è imposta in tutta la sua nitidezza: informare significa rifuggire il clamore sterile per farsi sentinelle fedeli della realtà, ponendo l’inviolabile rispetto per l’essere umano al centro di ogni racconto.

L’intreccio tra Diritto, Istituzioni e Memoria
A conferire solenne autorevolezza al dibattito è intervenuto un parterre istituzionale di altissimo profilo. La severa purezza della Giustizia ha trovato voce nell’intervento di Marisa Scavo, già procuratore aggiunto della Repubblica, magistrato di straordinario rigore morale, che ha ribadito come l’ascolto vigile e la precisione del linguaggio giudiziario costituiscano il primo baluardo a presidio delle fragilità e dei diritti negati.
Un appello alla coscienza civile raccolto con slancio dal presidente del Consiglio comunale di Catania Sebastiano Anastasi, custode del valore democratico della partecipazione, e dal sindaco d
i Sant’Agata li Battiati Marco Rubino, concordi nell’esaltare l’ingegno e la generosità intellettuale delle giovani generazioni siciliane quale fecondo lievito di rinascita; al loro fianco, il prezioso contributo del giornalista Daniele Lo Porto, custode attento della memoria storica dell’informazione etnea.
Un parterre di eletta sensibilità
A rendere feconda l’atmosfera dell’Aula Magna ha concorso la presenza di una platea attenta e partecipe, espressione vivace del tessuto culturale e professionale cittadino. Numerosa la rappresentanza del mondo dell’informazione, nobilitata dalla presenza della collega Valentina Giua e del cronista Nello Pappalardo, testimoni appassionati del mestiere.
Accanto a loro, l’autorevolezza morale di Riccardo Tomasello, già presidente del comitato per i Festeggiamenti Agatini, la perizia forense dell’avvocato Marisa Coco, la scrittrice Rossana Quattrocchi, congiunte alla raffinata cifra estetica dell’artista internazionale Tiziana La Piana e dell’artista e fotografa Sonja Struch, arricchite da tanti altri illustri ospiti della società civile accorsi a condividere l’alto valore della giornata.


Quando il Verbo si fa materia: l’apoteosi firmata Liliana Nigro
Ma nell’alveo dell’Accademia la parola non poteva esaurirsi nella pur nobile dissertazione: doveva compiersi in visione, farsi materia e scultura vivente. È in questo culmine che l’estro demiurgico della professoressa Nigro ha trovato la sua più alta sublimazione. Con una dedizione materna e rigorosa, la docente ha guidato gli allievi del corso di Costume per lo Spettacolo nella creazione di un’autentica sfilata-manifesto, dimostrando come l’abito non sia mero artificio ornamentale, bensì narrazione storica, carne parlante e vibrante atto di denuncia.
Lungo la navata dell’Aula Magna, drappeggi scultorei, geometrie impavide e armature tessili hanno feso lo spazio tra gli applausi commossi del pubblico. La stoffa si è fatta voce, riscattando il dolore in bellezza e dignità.
Scrivere di questa mattinata da testimone significa custodire una verità luminosa, resa viva dalla maestria di Liliana Nigro: finché sapremo difendere la parola nella legge, custodirla nella verità della cronaca e trasfigurarla attraverso il fuoco sacro dell’arte, essa continuerà a governare le coscienze e a rischiarare il cammino dell’uomo.

