L’intelligenza artificiale non cancellerà le professioni. Ma cambierà il valore della conoscenza

L’intelligenza artificiale sta trasformando il mondo del lavoro, ma il vero vantaggio competitivo continuerà ad appartenere a chi possiede conoscenze, competenze e capacità di formulare le domande giuste. La formazione specialistica sarà sempre più importante per governare questa trasformazione.

L’intelligenza artificiale è probabilmente una delle innovazioni più importanti degli ultimi decenni. Sta modificando il modo in cui lavoriamo, studiamo, comunichiamo e prendiamo decisioni. Ogni giorno leggiamo previsioni secondo cui numerose professioni sarebbero destinate a scomparire, sostituite da sistemi capaci di elaborare informazioni, produrre documenti, analizzare dati e risolvere problemi in pochi secondi.

Personalmente, non condivido questa visione così pessimistica.

Ritengo, al contrario, che l’intelligenza artificiale possa essere superata, nel suo utilizzo pratico, proprio attraverso una formazione specifica e approfondita. Può sembrare un paradosso, ma non lo è.

La ragione è semplice: l’intelligenza artificiale può fornire risposte straordinarie, ma la qualità di quelle risposte dipende in larga misura dalla qualità delle domande, dalle informazioni fornite e dalla capacità di chi la utilizza di interpretarne i risultati.

E per formulare le domande giuste bisogna conoscere ciò di cui si sta parlando.

L’intelligenza artificiale risponde. Ma chi sa davvero che cosa chiedere?

Pensiamo agli strumenti di intelligenza artificiale generativa che oggi milioni di persone utilizzano quotidianamente. Nella loro forma più diffusa si presentano come una chat: l’utente pone una domanda e il sistema produce una risposta.

Naturalmente, dietro questa apparente semplicità si nascondono tecnologie molto sofisticate, capaci di svolgere anche attività complesse e di operare con un certo grado di autonomia.

Tuttavia, rimane un elemento fondamentale: chi possiede una preparazione specialistica è generalmente nelle condizioni di utilizzare questi strumenti in maniera più efficace rispetto a chi non conosce la materia.

Prendiamo l’esempio di un medico, di un avvocato, di un ingegnere o di un analista finanziario.

Un professionista preparato non si limita a chiedere all’intelligenza artificiale una risposta generica. Sa individuare il problema, definire le variabili rilevanti, formulare richieste precise, riconoscere eventuali errori e valutare se il risultato sia effettivamente utilizzabile.

Chi non possiede quelle competenze, invece, può ricevere una risposta apparentemente convincente senza essere in grado di comprenderne i limiti.

È qui che emerge una differenza destinata, a mio avviso, a diventare sempre più importante.

L’intelligenza artificiale può mettere a disposizione di tutti una quantità enorme di informazioni, ma non rende automaticamente tutti esperti.

La disponibilità della conoscenza non coincide con la capacità di utilizzarla correttamente.

Anzi, proprio perché oggi ottenere una risposta è diventato estremamente semplice, saper distinguere una risposta corretta da una sbagliata, una soluzione efficace da una superficiale, rappresenterà una competenza sempre più preziosa.

La vera sfida non sarà quindi competere con la velocità dell’intelligenza artificiale, ma sviluppare quelle capacità che permettono di indirizzarla, controllarla e sfruttarne pienamente le potenzialità.

Le professioni non finiscono: si trasformano. E la formazione diventa decisiva

La storia economica ci insegna che le grandi innovazioni tecnologiche hanno sempre modificato profondamente il mondo del lavoro.

L’introduzione dei computer, di Internet e dei sistemi digitali ha eliminato alcune mansioni, ne ha trasformate molte altre e ha favorito la nascita di professioni che prima non esistevano.

Con l’intelligenza artificiale stiamo assistendo a un processo che potrebbe essere ancora più rapido e profondo.

Sarebbe sbagliato negare che alcune attività verranno automatizzate e che determinate figure professionali potranno subire conseguenze importanti. Ma sarebbe altrettanto sbagliato concludere che la competenza umana sia destinata a perdere valore.

A mio parere, accadrà qualcosa di diverso.

Il professionista del futuro non sarà semplicemente colui che conosce una materia, ma colui che saprà unire la conoscenza specialistica alla capacità di utilizzare l’intelligenza artificiale.

Un commercialista che padroneggia la normativa fiscale e sa utilizzare l’AI per analizzare grandi quantità di documenti potrà migliorare la propria produttività.

Un ingegnere che conosce i principi della progettazione potrà impiegare questi strumenti per esaminare soluzioni alternative, senza rinunciare alla verifica tecnica.

Un analista finanziario che possiede solide competenze statistiche potrà utilizzare l’intelligenza artificiale per elaborare dati e confrontare scenari, mantenendo la responsabilità delle interpretazioni e delle valutazioni.

In tutti questi casi, il vantaggio non deriva soltanto dalla tecnologia, ma soprattutto dalla preparazione di chi la utilizza.

Ecco perché considero la formazione non una semplice opportunità, ma una necessità strategica.

Non sarà sufficiente imparare a utilizzare un programma o a scrivere qualche comando. Occorrerà comprendere i principi delle discipline, sviluppare capacità critiche, conoscere i limiti degli strumenti tecnologici e aggiornare continuamente le proprie competenze.

In altre parole, più l’intelligenza artificiale diventerà potente, più sarà importante sapere che cosa chiederle, perché chiederlo e come valutare ciò che restituisce.

È proprio su questa convinzione che si inserisce il percorso formativo di ISFOA – Università di Diritto Internazionale.

Attraverso i propri corsi di laurea, master e percorsi di formazione specialistica, ISFOA promuove un modello educativo che considera la preparazione professionale e l’aggiornamento continuo elementi fondamentali per affrontare i cambiamenti del mercato del lavoro.

L’obiettivo è valorizzare le competenze, favorire l’approfondimento delle discipline e accompagnare studenti e professionisti in un contesto nel quale le conoscenze tradizionali devono necessariamente confrontarsi con le nuove tecnologie.

In questa prospettiva, l’intelligenza artificiale non deve essere considerata un’alternativa allo studio, ma uno strumento capace di amplificarne i risultati.

Una formazione solida permette infatti di passare da un utilizzo passivo della tecnologia a un utilizzo consapevole, critico e produttivo.

E questa distinzione, nei prossimi anni, potrebbe diventare uno dei principali fattori di competitività professionale.

Sono convinto che il futuro non appartenga necessariamente a chi utilizzerà più strumenti di intelligenza artificiale, ma a chi saprà utilizzarli meglio.

Per questo motivo non credo che siamo arrivati alla fine delle professioni. Credo, piuttosto, che stiamo entrando in una fase nella quale molte professioni dovranno evolversi, acquisendo competenze nuove e integrando conoscenze già consolidate.

La formazione dovrà accompagnare questa evoluzione, non inseguirla quando sarà ormai avvenuta.

La mia convinzione è che non sarà l’intelligenza artificiale, da sola, a determinare il valore di un professionista, ma la capacità del professionista di governare l’intelligenza artificiale.

E per riuscirci esiste una strada che considero insostituibile: studiare, specializzarsi e continuare a formarsi.

Perché in un mondo nel quale tutti potranno ottenere risposte, il vero vantaggio competitivo sarà sempre più quello di saper formulare le domande giuste.

E, soprattutto, di sapere quando una risposta non è sufficiente.

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