L’11 ottobre in prima serata “Sul cammino di Francesco – La vita di Biagio Conte”, diretto da Costanza Quatriglio con Alessio Vassallo. Nell’anno dell’ottavo centenario della morte di San Francesco, la Rai racconta il missionario laico palermitano che lasciò una vita agiata per condividere quella dei poveri e degli emarginati.
Ci sono esistenze che diventano comprensibili soltanto quando si rinuncia a misurarle con i criteri ordinari del successo. Quella di Biagio Conte appartiene a questa categoria rara: un uomo che avrebbe potuto scegliere la sicurezza e il benessere e che, al contrario, decise di spogliarsi progressivamente delle proprie certezze per abitare il margine, condividendo la quotidianità di chi non aveva una casa, un lavoro, una famiglia capace di sostenerlo o semplicemente qualcuno disposto ad ascoltarlo.

È questa storia, profondamente legata a Palermo e insieme capace di superarne i confini, che Rai 1 porterà in prima serata domenica 11 ottobre 2026 con il film televisivo Sul cammino di Francesco – La vita di Biagio Conte. Alla regia c’è Costanza Quatriglio, mentre a interpretare il missionario laico palermitano è Alessio Vassallo. Nel cast figurano, tra gli altri, Donatella Finocchiaro, Giuseppe Spata, Claudia Gusmano, Alessandra Fazzino, Ignacio Paurici, Enrico Roccaforte, Gaetano Aronica e Antonio Catania. La produzione è di Gloria Giorgianni per Anele, in collaborazione con Rai Fiction.
La scelta della programmazione assume un significato particolare nell’anno dell’ottavo centenario della morte di San Francesco d’Assisi. Non perché Biagio Conte possa essere sovrapposto alla figura del Santo, ma perché proprio Francesco rappresentò per lui un riferimento spirituale essenziale: la povertà come prossimità, il corpo come testimonianza, la rinuncia come libertà e soprattutto l’idea che l’ultimo non debba essere osservato da lontano, ma incontrato.
Il film nasce così dentro una domanda che supera il racconto biografico: che cosa significa vivere oggi, in una grande città occidentale, una scelta radicalmente francescana?
Biagio Conte, dalla vita agiata alla scelta della povertà
La vicenda raccontata dalla fiction comincia nella Palermo degli anni Novanta. Biagio proviene da una famiglia benestante, ha davanti a sé possibilità che molti considererebbero rassicuranti, ma avverte una distanza crescente tra quella vita e il bisogno di trovare un significato più profondo alla propria esistenza.
Parte. Cerca. Attraversa una stagione interiore che lo conduce anche ad Assisi, dove il confronto con la spiritualità francescana contribuisce a dare una direzione alla sua inquietudine. La povertà e l’emarginazione incontrate lungo il percorso non rimangono categorie astratte: diventano persone, volti, corpi, storie.
Quando torna a Palermo, il suo rapporto con la città è cambiato.
Biagio sceglie di stare accanto ai senza dimora e agli emarginati, fino a condividere la loro condizione. I portici della stazione centrale diventano uno dei luoghi simbolici di questo passaggio: non un osservatorio privilegiato dal quale organizzare l’assistenza, ma lo spazio nel quale ridurre concretamente la distanza tra chi aiuta e chi ha bisogno di essere aiutato. È da questa esperienza che prenderà forma la Missione di Speranza e Carità, destinata a diventare un riferimento per l’accoglienza degli ultimi.
La radicalità di questa scelta costituisce probabilmente il nodo più complesso da restituire attraverso la televisione. Perché raccontare Biagio Conte significa evitare due rischi opposti: trasformarlo in un personaggio edificante, sottraendogli la dimensione umana, oppure ridurre il suo percorso a una semplice vicenda di solidarietà.
La sua esperienza fu invece più difficile da classificare.
Il riferimento a San Francesco e il significato della rinuncia
Il titolo Sul cammino di Francesco indica immediatamente la chiave spirituale scelta dal racconto. Francesco d’Assisi non appare semplicemente come un riferimento religioso: è il modello di una frattura rispetto alle convenzioni sociali, dell’abbandono del possesso come strumento attraverso il quale ritrovare una diversa relazione con gli uomini.
Nel caso di Biagio Conte, quella ispirazione assume la forma di una scelta contemporanea, collocata dentro una metropoli del Sud segnata negli anni Novanta da profonde tensioni sociali e dalle ferite lasciate dalla violenza mafiosa.
La regista Costanza Quatriglio ha indicato tra le chiavi di lettura del film proprio la sacralità e il sacrificio del corpo. Secondo la regista, Conte considerava il proprio corpo come un tramite tra sé, il mondo e Dio, arrivando a utilizzare anche i digiuni e la povertà francescana come strumenti della propria testimonianza.
È un elemento decisivo perché impedisce di leggere la sua vicenda soltanto attraverso il linguaggio dell’assistenza sociale.
Biagio Conte non si limitava a chiedere che qualcuno intervenisse per i poveri. Metteva se stesso dentro quella richiesta.
I digiuni e le manifestazioni pubbliche attraverso cui sollecitò attenzione e strutture per l’accoglienza costituivano una forma di pressione morale sulle istituzioni e sulla comunità. Era un linguaggio radicale, talvolta difficile, fondato sulla convinzione che la sofferenza degli ultimi non potesse essere relegata ai margini della vita pubblica.
Quatriglio ha sottolineato come proprio quei gesti abbiano lasciato una traccia nella memoria di Palermo, in un periodo nel quale la città era attraversata anche dallo sconvolgimento prodotto dalle stragi di mafia.
Alessio Vassallo e la sfida di interpretare Biagio Conte
A dare volto a Biagio Conte è Alessio Vassallo, attore palermitano chiamato a confrontarsi con un personaggio ancora molto presente nella memoria collettiva della città.
È una difficoltà particolare per qualsiasi interprete. Quando si rappresenta una figura storica lontana nel tempo, il lavoro dell’attore può muoversi dentro uno spazio interpretativo relativamente ampio. Con Biagio Conte questo spazio si restringe: sono ancora vivi il ricordo della sua voce, dei suoi gesti, del suo modo di camminare, dei suoi abiti, dei suoi digiuni e delle sue apparizioni pubbliche.
Conte è morto nel 2023. Per Palermo non appartiene ancora pienamente alla storia: appartiene alla memoria recente.
Vassallo ha sintetizzato uno degli aspetti fondamentali della sua figura osservando che Biagio aveva abbattuto la distanza fra chi aiuta e chi viene aiutato, scegliendo di vivere con gli ultimi e come gli ultimi.
È forse qui che si trova il nucleo più interessante del personaggio.
La solidarietà tradizionale presuppone spesso due posizioni distinte: chi possiede qualcosa e decide di donarla, e chi la riceve. Biagio Conte tentò di mettere in discussione quella separazione. La sua scelta fu quella della condivisione, fino a fare della propria condizione materiale una parte del messaggio.
Interpretarlo significa dunque evitare l’imitazione esteriore e cercare il movimento interiore che rende credibile una decisione altrimenti difficile da comprendere secondo i parametri della vita comune.
Una Palermo che diventa personaggio
Nel film di Costanza Quatriglio, Palermo non può essere considerata un semplice sfondo.
La storia di Biagio Conte nasce infatti dal rapporto con la città e con le sue contraddizioni: bellezza e povertà, appartenenza e marginalità, solidarietà e abbandono. I portici della stazione, gli edifici da recuperare, le strade attraversate dagli ultimi diventano luoghi nei quali la scelta individuale incontra una responsabilità collettiva.
La stessa regista ha insistito sulla coralità del film. Pur riconoscendo la centralità di Alessio Vassallo, Quatriglio ha spiegato che il racconto non considera realmente secondari gli altri personaggi: la comunità assume il valore di un coro, chiamato a partecipare alla vicenda del protagonista.
È una scelta narrativa coerente con ciò che la storia di Conte rappresenta.
Una missione fondata sull’accoglienza non potrebbe essere raccontata soltanto attraverso il fondatore. Intorno a lui ci sono persone accolte, volontari, religiosi, cittadini, istituzioni, uomini e donne provenienti da esperienze differenti. La trasformazione di un gesto individuale in un’esperienza collettiva costituisce uno dei passaggi fondamentali della vicenda.
La scheda ufficiale RaiPlay riassume questo percorso mostrando un Biagio che, tra ostacoli e incomprensioni, trasforma la propria determinazione in un progetto di accoglienza e solidarietà.
È in questo passaggio che il film può assumere un valore ulteriore rispetto alla biografia.
Il punto non è soltanto ciò che fece Biagio Conte, ma ciò che la sua presenza riuscì a mettere in movimento negli altri.
La Missione di Speranza e Carità: dalla testimonianza all’accoglienza
Il nome di Biagio Conte rimane indissolubilmente legato alla Missione di Speranza e Carità, nata dall’esperienza maturata accanto ai poveri di Palermo.
La fiction ricostruisce il percorso che conduce dalla scelta personale alla costruzione di una realtà capace di offrire rifugio e dignità alle persone in difficoltà. Secondo la presentazione Rai, volontari, religiosi e istituzioni finiscono per unirsi attorno a quell’esperienza, trasformando l’iniziativa di un singolo in un progetto condiviso.
Un elemento particolarmente significativo riguarda il recupero materiale degli spazi destinati all’accoglienza. Vassallo ha ricordato come alcuni luoghi fatiscenti siano stati sistemati anche attraverso il lavoro dello stesso Biagio e delle persone che vivevano quella condizione di marginalità.
Il dettaglio ha un significato che va oltre la ricostruzione scenica.
Restituire dignità a un luogo attraverso il lavoro di chi avrebbe poi dovuto abitarlo significa sottrarre la persona assistita alla rappresentazione passiva del bisogno. Chi riceve aiuto può diventare parte della costruzione della risposta.
È una prospettiva che restituisce complessità al concetto stesso di accoglienza.
Donatella Finocchiaro e il dolore di Rosa
Accanto alla figura di Biagio, il film costruisce una trama umana nella quale trovano spazio esistenze ferite e percorsi di riscatto.
Tra questi emerge Rosa, interpretata da Donatella Finocchiaro. Quatriglio l’ha descritta come una donna segnata dalla violenza domestica, capace di trasformare il proprio dolore attraverso un percorso nel quale essere aiutata e aiutare finiscono per diventare esperienze inseparabili.
Anche qui ritorna uno dei temi centrali dell’intero racconto: la reciprocità.
La persona fragile non viene ridotta alla propria fragilità. Il bisogno non cancella la capacità di offrire qualcosa agli altri.
Questa prospettiva consente al film di allontanarsi dal rischio di una rappresentazione paternalistica della povertà. Le persone incontrate da Biagio non sono semplicemente comparse funzionali alla santità del protagonista: possiedono storie, ferite e possibilità di trasformazione.
Ed è probabilmente questa dimensione corale a rendere più contemporaneo il racconto.
Biagio Conte e Francesco d’Assisi, un dialogo a otto secoli di distanza
La messa in onda dell’11 ottobre si inserisce nella programmazione Rai dedicata agli 800 anni dalla morte di San Francesco, anniversario al quale il servizio pubblico sta riservando diversi appuntamenti. Rai Cultura ha inserito esplicitamente Sul cammino di Francesco – La vita di Biagio Conte tra le iniziative televisive legate alla ricorrenza.
Il collegamento fra le due figure deve tuttavia essere letto con attenzione.
Otto secoli separano Francesco d’Assisi da Biagio Conte. Sono diversi il contesto storico, la società, le strutture economiche e le forme della povertà. Ma alcune domande attraversano il tempo con sorprendente continuità.
Che rapporto abbiamo con ciò che possediamo?
Quanto siamo disposti a vedere davvero chi vive ai margini?
La povertà è soltanto una questione economica oppure produce anche isolamento, invisibilità, perdita di relazioni e dignità?
E soprattutto: fino a che punto la solidarietà può limitarsi alla delega?
Sono interrogativi che il percorso di Conte porta inevitabilmente con sé.
La sua risposta fu estrema e personale. Non può essere trasformata in una prescrizione valida per tutti, né sarebbe corretto farlo. Ma proprio la radicalità della sua scelta costringe a osservare la normalità da una prospettiva differente.
Raccontare la spiritualità senza trasformarla in retorica
Per una produzione televisiva, affrontare una figura come Biagio Conte comporta una responsabilità narrativa particolare.
La spiritualità al cinema e in televisione è un territorio delicato. Se viene caricata eccessivamente di simboli rischia di perdere autenticità; se viene ridotta a semplice psicologia, rischia invece di smarrire la motivazione profonda delle scelte del protagonista.
Nel caso di Conte, fede e azione sociale sono difficilmente separabili.
La sua adesione al modello francescano non rappresentava un elemento decorativo della sua biografia, ma una delle ragioni che ne orientavano concretamente il comportamento. Povertà, digiuno, cammino, servizio e accoglienza appartenevano allo stesso vocabolario esistenziale.
Da qui l’importanza dello sguardo di Costanza Quatriglio, regista palermitana chiamata a raccontare una vicenda profondamente radicata nella propria città.
Il responsabile di Rai Fiction Leonardo Ferrara ha spiegato che, in una società attraversata da una crisi, la scelta di raccontare una vicenda fondata sull’umanità, sulla dimensione spirituale e sulla vicinanza alle persone assume per il servizio pubblico un significato particolare, sottolineando inoltre l’attenzione del film alla verità dei sentimenti.
È un’impostazione che indica chiaramente la direzione del progetto: non costruire un monumento televisivo, ma cercare l’uomo dentro il simbolo.
Un uomo che obbligava la città a guardare
Uno degli aspetti più interessanti dell’esperienza di Biagio Conte riguarda il rapporto con lo spazio pubblico.
Il povero può diventare invisibile persino quando vive sotto gli occhi di tutti. Le stazioni, i portici e le strade delle grandi città sono attraversati ogni giorno da migliaia di persone che imparano inconsapevolmente a non vedere.
Conte rompeva questo meccanismo.
Attraverso la propria presenza e le proprie iniziative riportava la marginalità al centro del discorso pubblico. Quando digiunava per ottenere attenzione e strutture destinate all’accoglienza, trasformava il proprio corpo in una domanda rivolta alla città.
Non offriva soluzioni semplici a problemi complessi, ma impediva che quei problemi scomparissero dall’orizzonte collettivo.
Questo spiega perché la sua figura abbia lasciato una memoria così forte a Palermo. La sua azione non si svolgeva soltanto all’interno di strutture assistenziali: entrava nello spazio urbano e interrogava direttamente istituzioni e cittadini.
Il “poverello di Palermo”, definizione spesso associata alla sua figura, diventa allora qualcosa di più di un appellativo suggestivo. Indica una posizione scelta: stare dalla parte di chi rischia di non avere voce.
Dal racconto religioso al tema universale della dignità
Sulla strada di Francesco – La vita di Biagio Conte arriva in televisione in un momento nel quale il tema dell’emarginazione continua inevitabilmente a interpellare le società contemporanee.
Il film, tuttavia, non ha bisogno di trasformarsi in un trattato sociologico per rendere visibile questa dimensione. La forza della vicenda risiede proprio nella concretezza di un’esistenza.
Una casa abbandonata può diventare un rifugio.
Una persona assistita può diventare collaboratore e parte di una comunità.
Un uomo proveniente da una condizione agiata può decidere di dormire accanto a chi non possiede nulla.
Sono gesti che appartengono alla biografia, ma che aprono inevitabilmente uno spazio di riflessione più ampio.
Il concetto decisivo è quello della dignità.
Accogliere significa offrire un riparo, ma anche restituire alla persona la possibilità di essere riconosciuta come individuo e non come categoria sociale. “Senzatetto”, “povero”, “emarginato”, “migrante” sono parole necessarie al linguaggio pubblico, ma possono diventare gabbie quando cancellano ciò che esiste prima della definizione: la persona.
La lezione umana di Biagio Conte si colloca precisamente in questo spazio.
L’11 ottobre su Rai 1, una biografia che parla al presente
La prima serata di Rai 1 dell’11 ottobre sarà dunque dedicata a un uomo morto appena tre anni fa e già entrato nella memoria civile e spirituale di Palermo.
Sul cammino di Francesco – La vita di Biagio Conte non racconta l’esistenza di un personaggio remoto. Racconta una vicenda accaduta nelle strade di una città contemporanea, davanti a persone che possono ancora ricordarla.
Questa prossimità temporale rende l’operazione televisiva particolarmente interessante.
Lo spettatore non viene accompagnato in un passato rassicurante, nel quale la santità, la rinuncia e la povertà appartengono a un’altra epoca. Viene riportato invece agli anni Novanta e poi verso il nostro presente, dentro luoghi riconoscibili e problemi che non possono essere consegnati agli archivi della storia.
Il richiamo a Francesco d’Assisi acquista così il suo significato più profondo.
A ottocento anni dalla morte del Santo, la domanda non è soltanto quanto del suo messaggio sia sopravvissuto nella cultura e nella religiosità. La domanda è se quel modo radicale di guardare all’altro possa ancora trovare forme concrete nella contemporaneità.
Biagio Conte diede la propria risposta.
Non attraverso un trattato, una teoria politica o un programma istituzionale. La diede con la propria vita, scegliendo una strada che per molti poteva apparire incomprensibile: abbandonare ciò che possedeva per condividere ciò che mancava agli altri.
Ed è forse questo il punto nel quale il racconto televisivo incontra davvero Francesco.
Non nell’imitazione di un Santo vissuto otto secoli prima, ma nella persistenza di una domanda che attraversa la storia: quanto siamo disposti ad avvicinarci all’altro prima che la sua sofferenza smetta di sembrarci estranea?
Biagio Conte scelse di annullare quella distanza.
Palermo lo vide camminare, digiunare, chiedere spazi, accogliere persone e costruire comunità. Ora la televisione prova a restituire quel percorso a un pubblico nazionale. Senza bisogno di trasformarlo in leggenda, perché la materia della sua storia possiede già qualcosa di più difficile da raccontare: la concretezza di una scelta portata fino alle sue conseguenze.
A ottocento anni da Francesco d’Assisi, forse è proprio questa la ragione per cui la storia del “poverello di Palermo” torna a interrogarci. Non perché appartenga al passato, ma perché parla ancora, con sorprendente precisione, al nostro presente.