Aeroporto della Riunione, la sfida vinta del terminal bioclimatico senza aria condizionata

Nel clima tropicale dell’Oceano Indiano, il Roland Garros ha scelto di affidare il raffrescamento del nuovo terminal agli alisei, all’orientamento dell’edificio e alla ventilazione naturale. Una soluzione che riduce drasticamente il ricorso alla climatizzazione e i consumi energetici. Ma il modello può davvero essere trasferito in Europa?

Arrivare ai Tropici, scendere da un aereo dopo ore di volo e attraversare un terminal senza essere accolti dal consueto getto di aria condizionata potrebbe sembrare, almeno in apparenza, una scelta controintuitiva. Nell’isola francese della Riunione, nell’Oceano Indiano, è invece il principio attorno al quale è stata costruita una delle più interessanti sperimentazioni contemporanee di architettura aeroportuale.

All’Aeroporto di La Réunion Roland Garros il nuovo terminal degli arrivi è stato concepito per sfruttare il clima anziché combatterlo. Il vento diventa parte dell’impianto tecnologico; la forma dell’edificio contribuisce al raffrescamento; le facciate si aprono e si regolano secondo le condizioni atmosferiche; grandi ventilatori intervengono quando la circolazione naturale dell’aria non è sufficiente.

La climatizzazione tradizionale rimane soltanto negli ambienti chiusi che ne hanno effettivamente bisogno. Secondo i dati diffusi dall’aeroporto, appena il 7% della superficie del progetto è climatizzata e il risparmio energetico rispetto alla struttura precedente raggiunge il 60%, una quantità di energia equivalente al consumo elettrico annuale di oltre 500 famiglie della Riunione.

Non è quindi semplicemente un aeroporto “senza aria condizionata”. È qualcosa di più interessante: un edificio che prova a sostituire una parte dell’energia normalmente necessaria per renderlo abitabile con una progettazione capace di leggere il luogo nel quale sorge.

Ed è proprio qui che la vicenda della Riunione supera i confini dell’isola. Perché la domanda non riguarda soltanto gli aeroporti. Riguarda il modo in cui costruiremo edifici pubblici, uffici, scuole, stazioni e abitazioni mentre aumentano contemporaneamente la necessità di raffrescamento e l’urgenza di ridurre consumi ed emissioni.

Un aeroporto tropicale che ha deciso di affidarsi al vento

La Riunione è un territorio francese d’oltremare situato nell’Oceano Indiano, a est del Madagascar. Il clima tropicale umido rende il raffrescamento degli edifici una questione tutt’altro che secondaria.

Proprio la climatizzazione, spiega l’aeroporto, rappresenta uno dei principali consumi energetici in questo contesto climatico. Da qui è nata una scelta apparentemente radicale: anziché installare un enorme sistema capace di raffreddare continuamente migliaia di metri quadrati, progettare il terminal affinché fosse l’architettura stessa a favorire il comfort.

La nuova aerostazione bioclimatica è stata inaugurata nel 2024 e viene indicata dall’aeroporto come la prima struttura aeroportuale bioclimatica al mondo di questa scala realizzata in ambiente tropicale. Il progetto architettonico è stato sviluppato da AIA Life Designers, con il contributo dell’architetto Olivier Brabant, partendo da una risorsa naturale particolarmente abbondante nell’area: gli alisei.

L’aeroporto Roland Garros si trova infatti in una zona regolarmente attraversata dai venti. Una caratteristica geografica che da elemento ambientale è stata trasformata in una componente funzionale dell’edificio.

È una differenza sostanziale rispetto alla logica convenzionale della climatizzazione.

Un normale edificio climatizzato tende a isolare il più possibile l’ambiente interno dall’esterno: porte, finestre, pareti e impianti concorrono alla creazione di un microclima artificiale controllato.

Il terminal della Riunione segue invece un principio quasi opposto. Il clima esterno viene selezionato, indirizzato e utilizzato. Il vento entra nell’architettura e ne diventa parte integrante.

Come funziona il terminal bioclimatico del Roland Garros

Dietro l’apparente semplicità dell’idea c’è un complesso lavoro di ingegneria.

Il nuovo terminal è stato orientato in funzione dei venti dominanti. Le facciate comprendono ampie superfici dotate di lamelle orientabili motorizzate, capaci di regolare l’ingresso dell’aria. La copertura e gli spazi interni sono stati disegnati in modo da favorire il movimento naturale delle masse d’aria.

Al centro del sistema si trova quello che i progettisti definiscono un “canyon” climatico: un’apertura longitudinale nella copertura che contribuisce all’estrazione dell’aria calda.

Il principio fisico è relativamente intuitivo. Il vento penetra attraverso le facciate esposte, attraversa gli ambienti e viene successivamente espulso attraverso la parte opposta dell’edificio e la zona superiore della copertura. La particolare geometria del tetto contribuisce alla creazione di differenze di pressione che favoriscono l’aspirazione dell’aria interna.

Non significa, però, lasciare semplicemente le finestre aperte.

La ventilazione è regolata.

Due stazioni meteorologiche forniscono informazioni sulle condizioni esterne, comprese direzione del vento e precipitazioni. Gli automatismi possono quindi modificare l’inclinazione delle aperture motorizzate e attivare i grandi ventilatori quando la circolazione naturale dell’aria non è sufficiente.

L’architettura bioclimatica incontra così la gestione digitale dell’edificio.

È probabilmente questo uno degli aspetti più significativi del progetto: sostenibilità e tecnologia non vengono considerate due strade alternative. La tecnologia serve, piuttosto, a utilizzare con maggiore precisione una risorsa naturale.

Raffrescare le persone invece di refrigerare l’intero edificio

Il concetto di comfort adottato alla Riunione merita particolare attenzione.

Per decenni la climatizzazione degli edifici è stata costruita prevalentemente attorno al controllo della temperatura dell’aria. Si stabilisce una temperatura desiderata e l’impianto lavora per raggiungerla e mantenerla.

La ventilazione naturale introduce una logica differente.

Il movimento dell’aria aumenta lo scambio termico con il corpo umano e può quindi modificare sensibilmente la temperatura percepita senza che sia necessario abbassare nella stessa misura quella reale dell’ambiente.

Secondo i dati tecnici pubblicati dall’aeroporto, il sistema è stato progettato per generare flussi d’aria generalmente compresi tra 0,5 e 1,5 metri al secondo. L’effetto può ridurre la temperatura percepita di circa cinque gradi, contribuendo a mantenere il comfort dei passeggeri senza refrigerare artificialmente l’intera aerostazione.

È una distinzione importante.

Il problema non è necessariamente ottenere ovunque una temperatura bassa e uniforme, ma creare condizioni nelle quali le persone possano sentirsi sufficientemente a proprio agio.

In un grande terminal aeroportuale, dove migliaia di metri cubi d’aria dovrebbero altrimenti essere raffreddati per molte ore ogni giorno, la differenza energetica può diventare considerevole.

Solo il 7% degli spazi è climatizzato

Il terminal della Riunione non ha eliminato completamente l’aria condizionata. Sarebbe inesatto descriverlo in questi termini.

Alcuni uffici, locali tecnici e ambienti che per ragioni operative o di sicurezza devono rimanere chiusi continuano ad avere sistemi di climatizzazione.

La scelta radicale riguarda invece gli ampi spazi destinati principalmente all’accoglienza e alla circolazione dei passeggeri.

Secondo l’aeroporto, soltanto il 7% della superficie complessiva interessata dal progetto è climatizzata. Il resto viene gestito prevalentemente attraverso ventilazione naturale, protezione dall’irraggiamento solare, ventilatori e controllo automatizzato delle aperture.

La nuova struttura ha comportato la creazione di 13.200 metri quadrati di superfici e la ristrutturazione di ulteriori 3.900 metri quadrati. Il progetto indicato dall’aeroporto comprende inoltre il nuovo sistema di trattamento dei bagagli e risponde all’esigenza di aumentare la capacità dello scalo, destinato a gestire oltre tre milioni di passeggeri l’anno.

Siamo quindi lontani dall’immagine di un piccolo edificio sperimentale realizzato esclusivamente per dimostrare una teoria.

Qui l’architettura bioclimatica deve confrontarsi quotidianamente con bagagli, controlli, flussi di viaggiatori, sicurezza, manutenzione e continuità operativa. In altre parole, con tutto ciò che rende un aeroporto una delle infrastrutture pubbliche più complesse da progettare.

L’energia risparmiata diventa parte dell’architettura

Il risultato energetico è il dato che rende l’esperimento particolarmente interessante.

L’aeroporto indica per il nuovo progetto un risparmio energetico del 60% rispetto all’esistente, equivalente, secondo la società aeroportuale, al consumo elettrico annuale di oltre 500 famiglie dell’isola.

Le valutazioni possono variare in base al perimetro preso in considerazione: nella documentazione relativa alle fasi progettuali era stata indicata anche una riduzione dei consumi complessivi del 30% rispetto a un terminal climatizzato di dimensioni equivalenti.

Le due percentuali si riferiscono dunque a confronti differenti e non devono essere sovrapposte.

Ciò che emerge con chiarezza è però la direzione del progetto: diminuire strutturalmente la domanda di energia prima ancora di pensare a come produrre energia in maniera più sostenibile.

È un principio meno spettacolare di un grande impianto tecnologico, ma forse più profondo.

L’energia più facile da decarbonizzare è quella che l’edificio riesce a non consumare.

In questa prospettiva, una parete orientata correttamente, una copertura capace di proteggere dall’irraggiamento solare o un’apertura posizionata nel punto giusto diventano strumenti energetici a tutti gli effetti.

Il sole è importante quanto il vento

Concentrarsi esclusivamente sulla ventilazione rischierebbe tuttavia di raccontare soltanto metà del progetto.

In un clima tropicale non basta far entrare aria. Bisogna anche impedire che l’edificio accumuli inutilmente calore.

Per questo il terminal utilizza coperture e schermature pensate per limitare l’irraggiamento solare diretto pur mantenendo un buon livello di illuminazione naturale.

Anche la vegetazione assume una funzione tecnica oltre che estetica.

Gli spazi verdi collocati nelle vicinanze dell’edificio contribuiscono alla creazione di aree più fresche e partecipano alla gestione delle acque meteoriche e della biodiversità locale.

L’approccio bioclimatico, quindi, non coincide con una singola invenzione.

È piuttosto una somma di decisioni coerenti: orientamento, ombreggiamento, ventilazione, materiali, vegetazione, gestione dell’acqua e automazione.

Presi separatamente, molti di questi accorgimenti sono conosciuti da secoli. La novità consiste nell’averli integrati all’interno di una grande infrastruttura contemporanea sottoposta a requisiti operativi estremamente rigorosi.

Quando l’architettura torna a osservare il territorio

Per buona parte della storia dell’architettura, costruire ha significato necessariamente comprendere il clima.

Prima della diffusione dell’elettricità e della climatizzazione meccanica, l’orientamento di una casa, lo spessore delle pareti, la dimensione delle aperture, la presenza di cortili e porticati erano condizioni essenziali dell’abitare.

Le diverse tradizioni architettoniche nate nel Mediterraneo, nelle regioni desertiche o nelle aree tropicali raccontano, in forme differenti, la medesima necessità: adattare l’edificio al territorio.

Gli impianti meccanici hanno progressivamente modificato questo rapporto. È diventato tecnicamente possibile realizzare edifici molto simili in condizioni climatiche completamente diverse e correggere successivamente il clima interno attraverso il consumo di energia.

La Riunione propone un percorso inverso.

Non rifiuta la tecnologia moderna, ma recupera un principio antico: prima di correggere artificialmente il clima, bisogna capire che cosa il clima può offrire.

In questo caso offre vento.

Altrove potrebbe offrire ombra, escursione termica tra giorno e notte, ventilazione notturna, massa termica o una particolare esposizione solare.

La vera lezione dell’aeroporto non è quindi che tutti gli edifici debbano rinunciare alla climatizzazione. È che ogni edificio dovrebbe interrogare meglio il luogo nel quale viene costruito.

Un sistema che deve confrontarsi anche con cicloni e pioggia

Aprire un grande edificio all’ambiente esterno presenta inevitabilmente delle difficoltà.

Alla Riunione, per esempio, vento e pioggia possono manifestarsi contemporaneamente con grande intensità.

Il progetto ha quindi previsto sporgenze della copertura e sistemi di regolazione delle lamelle per limitare l’ingresso dell’acqua. Gli automatismi intervengono in base ai dati meteorologici e, nelle situazioni estreme legate alle allerte cicloniche, le aperture possono essere chiuse manualmente. In tali condizioni l’aeroporto viene comunque chiuso al pubblico.

Persino troppo vento può diventare un problema.

Durante l’inverno australe gli alisei possono essere sufficientemente intensi da rendere eccessiva la ventilazione. Il sistema deve quindi fare esattamente ciò che farebbe un impianto di climatizzazione evoluto: adattarsi.

La differenza è nella materia prima utilizzata.

Invece di produrre continuamente aria fredda, l’edificio governa quella disponibile.

Dalla sperimentazione ai risultati

L’idea del terminal ha richiesto anni di progettazione e sperimentazione. Marc Delanoë, direttore dello sviluppo sostenibile dell’aeroporto, ha spiegato nel 2026 che tra l’idea della nuova aerostazione degli arrivi e la sua realizzazione sono trascorsi otto o nove anni.

Il progetto ha richiesto anche verifiche in galleria del vento, indispensabili per comprendere come l’aria avrebbe interagito con la forma dell’edificio.

Non si poteva infatti progettare un sistema di ventilazione naturale di questa scala affidandosi soltanto all’intuizione.

L’aeroporto aveva già maturato esperienza in questa direzione: il proprio programma ambientale ricorda la conversione alla ventilazione naturale del hall pubblico nel 2016 e la successiva costruzione, nel 2021, di un edificio bioclimatico destinato alle società di autonoleggio. Nel 2024 è arrivata l’inaugurazione della nuova aerostazione.

Il terminal rappresenta dunque il punto più avanzato di una strategia sviluppata progressivamente.

Il valore economico della ventilazione naturale

La sostenibilità di un edificio non può essere valutata soltanto in termini ambientali.

Una grande infrastruttura deve essere economicamente sostenibile durante decenni di attività.

Ridurre il ricorso alla climatizzazione significa diminuire il fabbisogno elettrico, ma anche ridimensionare almeno in parte la quantità di apparecchiature necessarie a produrre e distribuire il freddo.

Secondo un resoconto pubblicato dal Guardian nel settembre 2026, il sistema del terminal consentirebbe un risparmio annuale sui costi energetici nell’ordine di 150.000 euro e avrebbe ridotto fortemente le emissioni rispetto a una soluzione integralmente climatizzata.

Il dato economico apre una riflessione che riguarda soprattutto gli edifici di grandi dimensioni.

Quando un impianto deve funzionare per molte ore al giorno e servire superfici enormi, anche una riduzione apparentemente marginale della domanda energetica può trasformarsi, nel corso degli anni, in un risparmio considerevole.

Nel caso della Riunione la scelta è stata più ambiziosa: non migliorare semplicemente l’efficienza del condizionamento, ma ridurne drasticamente la necessità.

Il terminal e la strategia climatica dell’aeroporto

L’intervento non è isolato dal resto della politica ambientale dello scalo.

Nel giugno 2025 il Roland Garros ha ottenuto il livello 4+ dell’Airport Carbon Accreditation, il programma internazionale dedicato alla gestione e alla riduzione delle emissioni degli aeroporti. Secondo la società aeroportuale, è stato il sesto aeroporto francese e il secondo in Africa a raggiungere questo livello.

La nuova aerostazione si inserisce quindi in una strategia più ampia che comprende interventi sull’efficienza energetica e sulle infrastrutture.

È un elemento rilevante perché permette di distinguere un progetto architettonico dimostrativo da una politica strutturale.

Un edificio sostenibile, da solo, non rende sostenibile un aeroporto. Il trasporto aereo continua ad avere un impatto ambientale che riguarda soprattutto i voli e che non può essere cancellato dall’efficienza energetica di un terminal.

Ma proprio questa distinzione rende più corretto valutare l’esperimento della Riunione per ciò che realmente è: un tentativo concreto di diminuire l’impatto della componente infrastrutturale aeroportuale.

Potrebbe funzionare anche in Europa?

È la domanda inevitabile.

Se un terminal può funzionare senza climatizzazione diffusa in un’isola tropicale, perché non replicare la soluzione negli aeroporti europei?

La risposta richiede cautela.

L’architettura bioclimatica, per definizione, non offre soluzioni universali. Funziona quando interpreta correttamente un determinato clima.

La Riunione possiede condizioni particolarmente favorevoli alla ventilazione naturale: temperature tropicali, un sito aeroportuale aperto e soprattutto alisei frequenti che forniscono una risorsa fondamentale per il funzionamento del sistema.

Trasferire esattamente lo stesso progetto a Milano, Parigi, Berlino o Madrid avrebbe poco senso.

Le condizioni climatiche sono diverse, così come la qualità dell’aria esterna, l’umidità, l’escursione termica stagionale e l’intensità dei venti.

Nelle città caratterizzate da forte inquinamento atmosferico, per esempio, immettere grandi quantità di aria esterna senza adeguati sistemi di filtrazione può essere problematico. Anche il freddo invernale europeo impone esigenze completamente differenti.

La domanda corretta, allora, non è se l’Europa possa copiare il terminal della Riunione.

È se possa copiarne il metodo.

Non copiare l’edificio, ma il principio

Il principio consiste nel progettare l’edificio a partire dalle condizioni climatiche locali e utilizzare gli impianti meccanici soltanto per la quota di comfort che l’architettura passiva non riesce a garantire.

Nel Mediterraneo questo potrebbe significare sfruttare maggiormente ombreggiamento, ventilazione notturna, inerzia termica, corti interne, vegetazione e sistemi ibridi.

Nell’Europa settentrionale le priorità sarebbero differenti: isolamento, recupero del calore, esposizione solare e protezione dalle dispersioni.

In altri territori potrebbero funzionare sistemi misti nei quali la climatizzazione viene utilizzata soltanto durante le ore o i periodi climaticamente più critici.

L’architettura bioclimatica non prescrive dunque una tecnologia. Prescrive un metodo di osservazione.

È questo che rende la Riunione interessante anche per l’Europa.

La sfida del comfort nell’epoca del cambiamento climatico

Il tema diventerà sempre più rilevante.

L’aumento delle temperature e la maggiore frequenza delle ondate di calore stanno accrescendo la domanda di raffrescamento degli edifici. Più caldo significa più condizionatori; più condizionatori significano maggiore domanda elettrica, soprattutto nei momenti in cui le reti sono già sottoposte a forte pressione.

Se l’energia utilizzata non proviene interamente da fonti a basse emissioni, il meccanismo rischia inoltre di alimentare indirettamente il problema che cerca di risolvere.

A questo si aggiunge un altro effetto: i sistemi di climatizzazione trasferiscono all’esterno parte del calore sottratto agli ambienti interni, contribuendo localmente al riscaldamento degli spazi urbani.

Non esiste una soluzione unica. In numerosi edifici e condizioni climatiche la climatizzazione rimane necessaria, soprattutto per proteggere persone fragili durante temperature estreme.

Il punto è un altro: quanta climatizzazione serve realmente?

La Riunione dimostra che questa domanda dovrebbe essere posta prima di progettare gli impianti e non dopo.

L’aeroporto come laboratorio dell’architettura futura

Gli aeroporti sono luoghi particolarmente significativi per sperimentare nuove soluzioni.

Sono edifici enormi, energivori, utilizzati da migliaia di persone e caratterizzati da esigenze severe in materia di sicurezza e continuità operativa.

Se un principio bioclimatico riesce a funzionare in un’infrastruttura di questa complessità, può diventare materia di studio anche per altre tipologie di edifici.

Scuole, stazioni ferroviarie, centri commerciali, ospedali, uffici pubblici e strutture sportive hanno esigenze differenti, ma condividono almeno una questione: mantenere condizioni di comfort per molte persone limitando il consumo energetico.

Il Roland Garros assume così il carattere di un laboratorio.

Non perché abbia trovato una formula valida ovunque, ma perché ha dimostrato che persino un aeroporto può essere progettato mettendo il clima locale al centro delle decisioni architettoniche.

La tecnologia più sofisticata può essere quella che consuma meno

Esiste infine un elemento culturale nella scelta compiuta alla Riunione.

Per molto tempo abbiamo associato il progresso tecnologico all’aggiunta di dispositivi: più macchine, più impianti, più potenza, maggiore capacità di controllare artificialmente l’ambiente.

L’architettura bioclimatica suggerisce una prospettiva diversa.

L’innovazione può consistere anche nell’evitare che una macchina debba entrare in funzione.

Una copertura studiata correttamente può sostituire una parte del lavoro di un impianto. Un aliseo può diventare un vettore di raffrescamento. Una facciata può comportarsi come un dispositivo di regolazione climatica. Una pianta, un’ombra o una corrente d’aria possono entrare nel bilancio energetico di un edificio.

Non è un ritorno nostalgico al passato. Nel terminal della Riunione sensori, automazione, simulazioni aerodinamiche e controllo digitale convivono con principi architettonici antichi quanto l’abitare umano.

Ed è probabilmente questa integrazione a rendere il progetto particolarmente contemporaneo.

Il nuovo terminal del Roland Garros non dimostra che possiamo spegnere domani tutti i condizionatori d’Europa. Sarebbe una conclusione semplicistica e tecnicamente infondata.

Dimostra qualcosa di più utile: prima di produrre artificialmente il comfort, possiamo progettare edifici che abbiano bisogno di meno energia per raggiungerlo.

Sull’isola della Riunione la risposta è arrivata dagli alisei dell’Oceano Indiano. In Europa sarà necessariamente diversa.

Ma la domanda dovrebbe essere la stessa: prima di accendere una macchina, abbiamo davvero utilizzato tutto ciò che l’architettura, il territorio e il clima possono offrirci?

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