Design olfattivo, il profumo entra nell’architettura degli spazi

Dalle case agli uffici, dagli alberghi ai luoghi pubblici: la progettazione degli ambienti guarda sempre più all’olfatto. Centinaia di essenze vengono studiate e associate alle reazioni emotive per costruire vere e proprie “firme olfattive” dei luoghi.

Entrare in una stanza e percepirne immediatamente l’atmosfera prima ancora di averne osservato i mobili, i colori o la luce. È un’esperienza quotidiana, quasi invisibile, ma capace di orientare il modo in cui viviamo uno spazio. Ora quell’elemento immateriale comincia a entrare nella progettazione vera e propria.

Si chiama design olfattivo e punta a trasformare il profumo da semplice complemento ambientale a componente dell’architettura sensoriale. Non più soltanto diffusori collocati in un angolo, dunque, ma una progettazione consapevole del paesaggio olfattivo di un ambiente.

L’idea è che una casa, un albergo, un ufficio, un negozio o una sala d’attesa possano avere una propria identità olfattiva, studiata in relazione alla funzione dello spazio e all’esperienza che si vuole costruire.

Il fenomeno è stato al centro degli approfondimenti legati alla più recente edizione di Pitti Fragranze, manifestazione dedicata alla profumeria artistica che nel 2026 ha riunito 260 marchi alla Stazione Leopolda di Firenze, con una presenza estera pari al 75%.

L’olfatto come nuova dimensione del progetto

Per molto tempo l’architettura degli interni è stata pensata soprattutto attraverso ciò che l’occhio poteva vedere: forme, proporzioni, materiali, colori, illuminazione. Successivamente sono entrati nel progetto anche il suono, la temperatura, la qualità dell’aria e il rapporto con il corpo.

L’olfatto rappresenta una delle frontiere meno esplorate di questa evoluzione.

La ragione è semplice e, nello stesso tempo, complessa: un odore non occupa uno spazio come fa un oggetto, ma può modificarne la percezione.

La fonte ANSA descrive proprio questo passaggio: lo stesso ambiente può assumere caratteristiche differenti a seconda del suo “paesaggio olfattivo”. Una fragranza può contribuire alla sensazione di comfort, intervenire sulla percezione della pulizia oppure rendere più gradevole l’attesa in un determinato luogo.

È una forma di architettura invisibile, che non modifica fisicamente una stanza ma può modificarne l’esperienza.

Pensiamo a una sala d’attesa. Sedie, pareti e illuminazione possono rimanere identiche, ma la percezione complessiva può cambiare se l’ambiente viene associato a una determinata composizione olfattiva. Lo stesso vale per una camera d’albergo, un negozio, una spa o una casa.

Il progetto non riguarda quindi soltanto il “buon profumo”. Il punto è stabilire quale atmosfera un ambiente debba comunicare e quale ruolo possa avere l’olfatto nella costruzione di quella percezione.

Dalle essenze alle emozioni: la ricerca di MANE

Dietro questa trasformazione c’è anche un crescente interesse scientifico per il rapporto tra molecole odorose, percezione ed emozioni.

Il gruppo francese MANE, attivo nel settore degli aromi e delle fragranze, ha sviluppato WELLMOTION, una piattaforma che studia il rapporto tra fragranze ed esperienza emotiva.

Secondo la documentazione pubblicata dalla stessa azienda, WELLMOTION integra discipline come scienze cognitive, neuroscienze, psicologia e linguistica con l’obiettivo di analizzare il legame tra profumo e risposta emotiva.

La logica è significativa: non limitarsi a chiedere se una persona trovi piacevole una fragranza, ma cercare di comprendere quali associazioni e reazioni possa suscitare.

La piattaforma, spiega MANE, utilizza strumenti di ricerca sulle risposte alle fragranze e può tenere conto anche delle differenze culturali e geografiche nella percezione degli odori.

La ricerca riportata da ANSA riferisce inoltre che sono già state mappate centinaia di essenze in relazione alle reazioni emotive.

È qui che il profumo comincia a cambiare natura: da prodotto da scegliere secondo il gusto personale diventa materiale progettuale.

La “firma olfattiva” di una casa o di un albergo

L’espressione più interessante è forse proprio questa: firma olfattiva.

Ogni luogo potrebbe avere una propria identità riconoscibile anche attraverso l’odore. Un concetto non del tutto estraneo al mondo dell’hospitality e del retail, dove da tempo le fragranze vengono utilizzate per costruire riconoscibilità e atmosfera, ma che nel design olfattivo assume una dimensione più ampia.

La differenza sta nella progettazione.

Non si tratta semplicemente di diffondere una fragranza gradevole, ma di considerare l’odore insieme agli altri elementi che costituiscono l’ambiente: materiali, ventilazione, temperatura, luce, funzione dello spazio e caratteristiche delle persone che lo frequentano.

Un albergo potrebbe quindi costruire un’identità olfattiva coerente con la propria architettura. Un museo potrebbe utilizzare l’olfatto per rafforzare il racconto di una mostra. Un ufficio potrebbe progettare ambienti differenti anche sotto il profilo sensoriale. Una residenza potrebbe avere una propria “memoria” olfattiva.

È un cambio di prospettiva importante: l’odore non viene più aggiunto allo spazio dopo che il progetto è terminato, ma può diventare parte del progetto fin dall’inizio.

Il ruolo di POLI.design e la nascita di una nuova professionalità

La trasformazione riguarda anche la formazione.

POLI.design, realtà collegata al Politecnico di Milano, ha sviluppato un percorso dedicato all’Olfactive Design, definendo l’olfatto come una dimensione progettuale applicabile a luoghi, oggetti e materiali. Il corso affronta temi che comprendono, tra gli altri, chimica olfattiva, ventilazione e aria indoor, antropologia, ambienti, arte, design e marketing olfattivo.

Il dato più significativo è che l’olfatto viene così sottratto al solo ambito della profumeria.

Secondo POLI.design, le applicazioni possono interessare retail, ospitalità, luoghi di lavoro e formazione, trasporti, decorazione, eventi e altri contesti. La formazione considera inoltre il rapporto tra fragranze, materiali, qualità dell’aria e progettazione degli spazi.

Si delinea quindi una figura professionale nuova: il designer olfattivo, chiamato a dialogare con architetti, interior designer, chimici, tecnici, esperti della qualità dell’aria e professionisti della comunicazione.

È un segnale di come il progetto degli ambienti stia diventando sempre più multidisciplinare.

Quando un odore diventa memoria

C’è poi una dimensione più intima, forse ancora più potente: quella della memoria.

Un odore può essere sufficiente a riportare alla mente un luogo, una persona o un periodo della vita. È il motivo per cui una particolare fragranza percepita entrando in una casa può diventare parte del ricordo di quella casa.

La fonte ANSA sottolinea proprio questo aspetto: tornando in un luogo, può essere sufficiente una determinata nota nell’aria per riattivare il ricordo dell’esperienza precedente.

Nel design questo meccanismo apre una prospettiva interessante.

L’architettura non sarebbe più soltanto qualcosa che si guarda o si attraversa, ma qualcosa che può essere riconosciuto attraverso i sensi. Un edificio potrebbe essere associato a una particolare esperienza olfattiva esattamente come oggi lo associamo alla sua facciata, a un colore, a una particolare luce o alla disposizione degli spazi.

La memoria diventerebbe quindi parte integrante del progetto.

Non solo profumo: anche qualità dell’aria e materiali

C’è però un punto che merita attenzione. Parlare di design olfattivo non significa sostenere che qualsiasi profumo renda automaticamente migliore un ambiente.

L’olfatto è legato alla qualità complessiva dell’aria. Una fragranza progettata male, troppo intensa o non coerente con la funzione del luogo può produrre l’effetto opposto rispetto a quello desiderato.

Per questo l’approccio progettuale richiede di considerare anche ventilazione, materiali e caratteristiche dell’ambiente. La stessa POLI.design include nel percorso formativo temi come Ventilation and Indoor Air e la relazione tra odori, materiali e spazio.

Il futuro del settore, dunque, non sembra essere quello di profumare indiscriminatamente gli edifici, ma di comprendere quando, come e perché l’olfatto possa diventare parte dell’esperienza.

È una distinzione decisiva. Il design olfattivo, se vuole diventare una disciplina progettuale matura, dovrà misurarsi non soltanto con l’estetica del profumo, ma anche con la qualità dell’ambiente e con la diversa sensibilità delle persone.

La sfida del futuro: progettare ciò che non si vede

La vera novità del design olfattivo sta forse proprio nella sua invisibilità.

Un tavolo, una parete o una lampada possono essere osservati e descritti. Un paesaggio olfattivo non ha una forma fisica altrettanto immediatamente riconoscibile. Eppure può contribuire alla percezione complessiva di un luogo.

MANE descrive WELLMOTION come uno strumento per tradurre il rapporto tra fragranze ed emozioni in esperienze concrete. La collaborazione tra competenze scientifiche, industria della profumeria e mondo del design indica così una possibile evoluzione: progettare l’ambiente significa progettare anche ciò che non vediamo.

La prospettiva è particolarmente interessante perché arriva in un momento nel quale il concetto di benessere degli spazi sta assumendo un significato sempre più ampio. Non basta più che un ambiente sia funzionale, bello o efficiente. Si cerca anche di capire come venga percepito e vissuto dalle persone.

E in questa esperienza l’olfatto, spesso relegato a una dimensione secondaria, potrebbe assumere un ruolo centrale.

L’architettura invisibile degli ambienti

La casa del futuro potrebbe quindi non avere soltanto una determinata distribuzione degli spazi, una certa illuminazione o materiali selezionati. Potrebbe avere anche un’identità olfattiva studiata insieme al progetto.

Lo stesso principio potrebbe riguardare alberghi, uffici, negozi, musei, strutture sanitarie e spazi pubblici.

La direzione indicata dalla ricerca è quella di un’architettura sempre più sensoriale, nella quale l’esperienza dello spazio nasce dall’interazione di più percezioni. Il design olfattivo si inserisce esattamente in questo passaggio: porta nell’architettura una componente invisibile, difficile da fotografare ma potenzialmente decisiva nel modo in cui ricordiamo un luogo.

La sfida, ora, sarà trasformare questa intuizione in metodo, distinguendo ciò che può essere misurato da ciò che rimane inevitabilmente personale e soggettivo.

Perché ogni spazio può essere progettato con attenzione, ma ogni persona continuerà ad attraversarlo con la propria storia, i propri ricordi e il proprio patrimonio sensoriale.

Ed è forse proprio questa la caratteristica più affascinante del design olfattivo: l’architettura può costruire un luogo, ma sarà anche l’odore a contribuire a trasformarlo in un ricordo.