Debito Usa oltre 40mila miliardi, allarme sui mercati

Il debito Usa supera per la prima volta i 40mila miliardi di dollari. Rendimenti elevati, inflazione e costi finanziari riaccendono i timori globali.

Il debito Usa oltre 40mila miliardi di dollari non è soltanto un nuovo record statistico. È una soglia destinata a pesare sul dibattito economico internazionale, perché arriva mentre i rendimenti dei titoli di Stato americani restano elevati, il costo del denaro continua a condizionare famiglie e imprese e gli investitori tornano a interrogarsi sulla sostenibilità delle finanze pubbliche delle grandi economie.

Secondo i dati del Dipartimento del Tesoro americano riportati da Reuters, il debito federale complessivo degli Stati Uniti ha superato per la prima volta quota 40 trilioni di dollari. Una cifra che assume un significato ancora maggiore osservando la velocità con cui è cresciuta: il debito risulta più che raddoppiato rispetto al 2017.

Il tema non riguarda però soltanto Washington. Gli Stati Uniti restano il centro finanziario del sistema mondiale e i Treasury costituiscono uno dei principali punti di riferimento per la determinazione del costo del capitale. Quando i rendimenti americani salgono e il mercato obbligazionario mostra tensioni, gli effetti possono propagarsi rapidamente verso Europa, valute, credito bancario, mutui, investimenti e bilanci pubblici.

Debito Usa oltre 40mila miliardi: perché preoccupa

Il nodo centrale non è esclusivamente la dimensione nominale dell’indebitamento. Un’economia delle proporzioni di quella statunitense possiede una capacità finanziaria incomparabile rispetto alla maggior parte degli altri Paesi. Il problema emerge quando alla crescita dello stock di debito si accompagna un aumento significativo dei rendimenti richiesti dagli investitori.

Più elevati sono i tassi sui titoli pubblici, maggiore diventa progressivamente la spesa necessaria per finanziare e rifinanziare il debito. Ed è proprio questo meccanismo a trasformare una questione apparentemente contabile in un tema politico ed economico di prima grandezza.

La tensione è diventata evidente sul segmento delle scadenze più lunghe. Reuters ha segnalato che il rendimento del Treasury trentennale ha recentemente raggiunto livelli che non si vedevano dal 2007. Il Tesoro americano è quindi intervenuto aumentando le operazioni di riacquisto dei titoli a lunga scadenza, portandole ad almeno 4 miliardi di dollari per operazione.

La misura ha contribuito ad alleggerire temporaneamente la pressione: il rendimento trentennale è sceso intorno al 5,19%, mentre il movimento si è riflesso anche sui mercati obbligazionari internazionali.

Ma proprio l’esigenza di intervenire restituisce la dimensione del problema.

Il Tesoro americano prova a raffreddare i rendimenti

La decisione di rafforzare i buyback sul debito a lunga scadenza punta soprattutto a migliorare la liquidità del mercato. Non equivale a un programma di quantitative easing e non cancella le cause strutturali che hanno spinto verso l’alto i rendimenti.

Il mercato sembra aver compreso la distinzione.

Dopo l’annuncio del Tesoro, i bond globali hanno recuperato terreno, i rendimenti statunitensi e giapponesi sono diminuiti e i futures obbligazionari europei hanno registrato un moderato miglioramento. Anche il dollaro si è indebolito, scivolando verso i minimi degli ultimi mesi.

La reazione immediata, tuttavia, non risolve l’interrogativo fondamentale: per quanto tempo gli investitori saranno disposti ad assorbire quantità crescenti di debito pubblico senza chiedere un premio maggiore?

Gli analisti citati da Reuters osservano infatti che i riacquisti possono offrire sollievo sul piano della liquidità, ma non intervengono direttamente sui deficit strutturali, sull’espansione dell’indebitamento e sulle aspettative d’inflazione.

Ed è qui che la vicenda americana assume una portata globale.

Quando il costo del debito entra nell’economia reale

Un Treasury con rendimenti elevati non rimane confinato nelle sale operative di Wall Street. I titoli di Stato americani rappresentano un riferimento essenziale per numerosi strumenti finanziari. L’aumento dei rendimenti di lungo periodo può quindi tradursi in condizioni più onerose per mutui, finanziamenti alle imprese e investimenti.

Reuters sottolinea come l’aumento dei rendimenti governativi possa esercitare pressione su famiglie, aziende e mercati finanziari, proprio perché contribuisce ad alzare il costo complessivo del credito.

Si crea così un equilibrio particolarmente delicato. Da un lato le banche centrali devono mantenere sufficiente fermezza per impedire che l’inflazione torni a consolidarsi; dall’altro, tassi e rendimenti persistentemente elevati possono rallentare l’attività economica e rendere più costoso finanziare enormi stock di debito pubblico.

Anche la Federal Reserve si trova dentro questa tensione. I verbali della riunione di luglio hanno mostrato il permanere delle preoccupazioni sull’inflazione e la possibilità di ulteriori strette qualora le pressioni sui prezzi non diminuissero abbastanza.

La politica monetaria e quella fiscale finiscono quindi per muoversi su un terreno sempre più vicino.

Il riflesso sull’Europa e sulla BCE

Per l’Europa il fenomeno americano non è distante. L’aumento dei rendimenti internazionali può influenzare anche il costo del finanziamento degli Stati europei, mentre l’inflazione dell’Eurozona continua a mantenere alta l’attenzione della Banca centrale europea.

Secondo i dati Eurostat riportati dall’ANSA, l’inflazione dell’area euro a luglio è stata confermata al 2,9%. Il dato alimenta le aspettative del mercato su una possibile nuova stretta della BCE a settembre.

Il quadro europeo presenta però una difficoltà aggiuntiva: la crescita rimane moderata. Nel secondo trimestre il PIL destagionalizzato è aumentato dello 0,4% nell’Eurozona e dello 0,5% nell’Unione europea rispetto ai tre mesi precedenti. Per l’Italia l’incremento trimestrale è stato dello 0,2%.

Combattere l’inflazione senza compromettere una crescita ancora fragile diventa dunque un esercizio di equilibrio. Un ulteriore aumento del costo del denaro potrebbe frenare consumi e investimenti, mentre una politica troppo accomodante rischierebbe di lasciare aperta la porta a nuove pressioni sui prezzi.

In questo scenario, ciò che accade sul mercato dei Treasury può contribuire a determinare le condizioni finanziarie anche al di qua dell’Atlantico.

Il nuovo rischio delle grandi economie indebitate

La questione americana rivela un cambiamento più ampio. Per molti anni, soprattutto nella fase dei tassi prossimi allo zero, l’aumento del debito pubblico è stato assorbito con costi finanziari relativamente contenuti. Quel mondo appare oggi molto più lontano.

Con rendimenti strutturalmente superiori, ogni nuovo deficit può diventare progressivamente più oneroso. E quando gli Stati devono rifinanziare grandi quantità di titoli in scadenza, il costo medio del debito tende lentamente ad adeguarsi alle nuove condizioni di mercato.

Non significa che una crisi sia inevitabile. Significa, piuttosto, che i margini di errore possono restringersi.

Gli Stati Uniti mantengono caratteristiche eccezionali: possiedono la maggiore economia mondiale in termini nominali, dispongono di mercati finanziari profondi e il dollaro conserva un ruolo centrale nel sistema monetario internazionale. Ma nemmeno queste prerogative rendono irrilevante il prezzo al quale Washington riesce a finanziarsi.

Il superamento dei 40mila miliardi rende quindi visibile una questione che riguarda tutte le grandi economie avanzate: la sostenibilità del debito non dipende soltanto dalla sua quantità, ma dalla relazione tra crescita economica, inflazione, tassi d’interesse, entrate pubbliche e capacità politica di governare la spesa.

Una soglia che parla anche all’Europa

Il debito Usa oltre 40mila miliardi di dollari rappresenta uno dei segnali economici più significativi di questa fase. Non perché indichi automaticamente l’avvicinarsi di una crisi, ma perché mostra quanto sia cambiato il rapporto tra governi, mercati e costo del denaro.

La reazione del Tesoro americano ha temporaneamente ridotto la pressione sui rendimenti. Resta però aperta la domanda più importante: come finanziare livelli crescenti di spesa pubblica in un’epoca nella quale il capitale non è più quasi gratuito?

È una domanda americana soltanto in apparenza. Europa, Giappone e numerose altre economie sviluppate affrontano, con caratteristiche differenti, lo stesso passaggio storico.

Dopo gli anni del denaro a basso costo, il debito torna ad avere un prezzo. Ed è proprio quel prezzo, più ancora della cifra impressa sui contatori del Tesoro, che potrebbe contribuire a definire la prossima stagione dell’economia mondiale.